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I 24 SUICIDI DI FRANCE TELECOM, LA MODERNITA’ SENZA COMPASSSIONE

Jean-Paul aveva più o meno la mia età, 51 anni. Depresso da tempo, l’ha fatta finita buttandosi da un viadotto dell’autostrada. Così è diventato il suicida numero 24 tra i dipendenti di France Telecom dal febbraio 2008, il numero 39 tra quelli che ci hanno provato. E’ una vicenda che seguo da tempo non avendo mai trovato il coraggio di scriverne. Perché è troppo allucinante per umiliarla con frasi fatte e luoghi comuni. Perché ancor più allucinanti sono certe cose che sento dire: qualche dirigente francese, per esempio, ha detto che non bisogna stupirsi troppo e che, anzi, i suicidi erano stati più numerosi in passato, 29 nel solo 2002. Ma soprattutto perché sembra un dramma senza alcuna spiegazione valida, una specie di buco nero nelle relazioni industriali di un Paese come la Francia, evoluto e tutto sommato benestante.


      Jean-Paul, l’ultimo suicida, aveva mansioni da piccolo “quadro” ed era stato trasferito in un call center. Forse un declassamento, certo un ambiente nuovo, pieno di ragazzini, con ritmi forse esagerati (obbligo di 5,2 chiamate commerciali l’ora). Fuori la crisi economica, l’età che non aiuta a riproporsi in un nuovo lavoro. Può bastare per pensare di uccidersi. Ma… e tutti gli altri?

Tratto da un blog francese: il logo di France Telecom trasformato in forca.

Tratto da un blog francese: il logo di France Telecom trasformato in forca.

      Vale la pena di dire qualcosa di France Telecom, il colosso francese delle comunicazioni. Era un’azienda di Stato (come da noi la Sip di una volta), poi è arrivata l’ondata di privatizzazioni e lo Stato è rimasto come semplice azionista al 26,65%. Il resto è dei privati. La privatizzazione, come sempre, non è stata a costo zero: 22 mila posti di lavoro bruciati in un baleno e una riconversione industriale che ha scosso di dipendenti, abituati a esercitare competenze tecniche e in gran parte trasformati in venditori, quindi costretti a “fare fatturato”. Dei dipendenti, però, va detta anche un’altra cosa: per il 70% sono rimasti a carico dello Stato, con lo status di dipendente pubblico a proteggerli dal rischio disoccupazione.

      Quindi, di nuovo: perché? Perché tanti morti? Perché tanti morti proprio lì? Forse pensava proprio a loro il presidente Sarkozy quando ha promosso una commissione di grandi nomi, guidata da Joseph Stiglitz, americano, premio Nobel per l’Economia, che a sua volta ha prodotto un rapporto di 291 pagine per dire che i numeri non bastano per valutare la qualità della vita, che la produzione è meno importante del reddito e dei consumi: meno importante, cioè, di quanto le persone riescono a fare per sé con i proventi di quella produzione. Sarkozy e i suoi esperti se ne sono usciti con una bella idea: smettiamola di calcolare il Pil (Prodotto interno lordo) e calcoliamo il Bil (Benessere interno lordo). Alla memoria di Jean-Paul e delle tante altre vittime anonime di una modernità che vorremmo molto, molto più compassionevole.

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