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Già l’Assemblea Generale dell’Onu era per lui l’esordio sulla massima ribalta diplomatica mondiale. In più, l’appuntamento era enfatizzato dal G20 di Pittsburgh che seguiva a ruota. Un’accoppiata principi umanitari – regole finanziarie che per il Presidente era come giocarsi in casa l’oro delle Olimpiadi. Ed essendo Barack Obama una specie di Bolt della politica, non possiamo dirci stupiti se alla fine di questo frenetico carosello di leader, dittatori presuntuosi e pragmatici uomini di governo, la stella è sempre e ancora lui, il senatore nero capace di regolare allo sprint e sulla distanza anche i più smagati marpioni delle corse elettorali.

Barack Obama apre i lavori del G20 di Pittsburgh ) Pennsilvanya.
Obama che detta al Consiglio di Sicurezza il motto “mai più bombe atomiche”. Obama che dirige con discrezione la protesta contro Ahmadinejad e stigmatizza le ambizioni nucleari degli ayatollah. Obama che orchestra il G20, smussando le “punte” che avrebbero infastidito la Cina e i Paesi emergenti ma accontenta gli europei nella lotta ai paradisi fiscali. Obama che impugna la bandiera dell’emergenza ambientale. Una specie di festival obamiano e una svolta radicale per la politica Usa, che qualche tempo fa aveva un Presidente che considerava l’Assemblea Generale dell’Onu una specie di museo delle cere e non faceva nulla per nasconderlo e adesso ne ha uno che partecipa a tutto, propone qualcosa a tutti, ha un’opinione per qualsiasi argomento.
Molti hanno tirato un sospiro di sollievo: gli Usa possono forse fare qualcosa (spesso pasticci) anche senza l’Onu, ma l’Onu può fare poco senza gli Usa. E una Casa Bianca partecipativa e dialogante non è proprio ciò che abbiamo rimpianto e desiderato nei lunghi anni della presidenza Bush? Il cambio di marcia in effetti c’è. Sarebbe bene, però, non illudersi troppo sui suoi effetti. L’attivismo di Obama, infatti, rischia di mettere in luce, e persino di far deflagrare, i ritardi e le inadempienze del sistema diplomatico internazionale che nell’Onu trova la sua più compiuta ma anche più tradizionale (e tradizionalista) espressione.
Una cosa non si può dire del nuovo presidente americano: che abbia paura di decidere. Lo si è visto con l’Afghanistan. Ha consultato tutti gli alleati, per primi gli europei. Ha chiesto loro aiuti e rinforzi. Non ha ottenuto granché ma non per questo si è fermato: anzi, ha lanciato nella regione dell’Helmand la più massiccia offensiva militare Usa dai tempi del Viet Nam. Non è che in altri campi Obama si comporti diversamente. Sulla crisi finanziaria, esplosa in America e poi dilagata nel mondo, è andato avanti da solo: gli altri gli sono corsi dietro. E adesso ha lanciato il G20 come organismo permanente per la risoluzione dei problemi economici mondiali, togliendo un’altra porzione di autorità alle Nazioni Unite. Stessa cosa sul nucleare: l’impegno alla costante riduzione degli arsenali è cosa buona e giusta, ma che fare adesso degli organismi e dei trattati già esistenti e diretti proprio a tal scopo?
E’ meglio intendersi: sono proprio questi gli Usa di cui il mondo ha più bisogno. Non di uno sceriffo che sparacchia in giro ma di un propulsore politico, di un leader etico, di un elaboratore della modernità. Ma una Casa Bianca che si propone in questo ruolo lancia agli altri Paesi una sfida assai più complicata di quella ch’era proposta dalla Casa Bianca di Bush. Allora bastava dire “sì” o “no”. Adesso dire sì non basta: bisogna anche essere all’altezza. Se Obama continua con questo ritmo, chi si ferma è perduto, anche se ha le migliori intenzioni. A rubargli per qualche istante la scena, in questi giorni, sono state solo le pagliacciate di Gheddafi e di Ahmadinejad. Gli altri dovranno imparare a correre.
Pubblicato sull’Eco di Bergamo del 26 settembre 2009 www.eco.bg.it
Mi chiamo Fulvio Scaglione, sono nato nel 1957, sono vice direttore di Famiglia Cristiana e responsabile dell'edizione online del giornale. © 2009, ↑ Fulvio Scaglione – Giornalista
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