Widgetized Section

Go to Admin » Appearance » Widgets » and move Gabfire Widget: Social into that MastheadOverlay zone

AFGHANISTAN, LA STRAGE DEGLI ITALIANI IMPONE DI CAMBIARE

La liturgia delle analisi (degli esperti o presunti tali) e dei politici (anche qui, veri o presunti) è inevitabile, forse doverosa. Ma non riesce a lenire il lutto dell’Italia intera, che nell’aiuto agli afghani ha già sacrificato 20 coraggiosi soldati, né a nascondere la realtà: la missione internazionale in Afghanistan è un clamoroso fallimento. Girare intorno alle parole è inutile e pericoloso, quando anche il più superficiale esame dei dati svela la realtà. Il numero dei militari caduti è in costante aumento, dai 57 del 2003 ai 355 del 2009, anno ancora lungi dall’essere concluso. Due anni fa, secondo gli studi dell’International Council on Security, i talebani avevano una forte presenza nel 54% del Paese e oggi nell’80%. La coltivazione del papavero da oppio è stata ridotta quest’anno dopo almeno quattro stagioni da record storico. Ad appena due mesi dal lancio della più massiccia offensiva militare dai tempi del Viet Nam, i generali americani polemizzano tra loro e rimettono in discussione la strategia. Per non parlare del rapporto con Hamid Karzaj, sempre più incontrollabile capo fazione e sempre meno presidente di unità nazionale, rieletto dagli afgani ma sfiduciato dagli Usa.

La Rotonda Massoud, sulla strada tra l'aroporto e il quartier generale delle nostre truppe, il luogo in cui il kamikaze ha ucciso sei soldati italiani della "folgore".

La Rotonda Massoud, sulla strada tra l'aroporto e il quartier generale delle nostre truppe, il luogo in cui il kamikaze ha ucciso sei soldati italiani della "folgore".

      Ritirarsi sarebbe un errore drammatico ma andare avanti così ha poco senso. Siamo passati dall’ottimismo di facciata, tutto artificiale e politico, nutrito di fanfaluche come “le donne afgane bruciano i burqa” (George Bush), a un pessimismo frenetico e improvviso, nutrito dal computo delle vittime e da una situazione locale che sembra farsi sempre più sfuggente e incomprensibile. Ma il problema non è l’Afghanistan, che in passato ha riservato questo stesso trattamento ad Alessandro il Macedone, agli inglesi e ai russi. Il problema siamo noi.
      E’ ormai indispensabile fermarsi a riflettere, per dare una definizione nuova, migliore e più chiara, degli scopi della missione e dei mezzi con cui intendiamo perseguirli. Per esempio: l’esperienza di questi anni (e di quelli non meno drammatici dell’Iraq) ha dimostrato che l’aspetto rituale della democrazia vale, per il benessere delle popolazioni, assai meno di quello sostanziale. Possiamo organizzare tutte le elezioni che vogliamo ma ciò che conta è la sicurezza e il lavoro che essa permette di distribuire. Per ottenere la tanto necessaria sicurezza (di nuovo, vedi Iraq), servono più truppe (meno di 60 mila soldati in una popolazione di 34 milioni di abitanti sono pochi), concentrate però nei punti cruciali del Paese. E uno degli snodi fondamentali per l’Afghanistan è… in Pakistan, nelle vallate della Regione di Nord Ovest che da otto anni sono la comoda e inespugnata retrovia dei talebani e delle altre bande criminali. Insomma, serve quasi esattamente il contrario di quanto è stato fatto finora.

      Ma il problema dei problemi si chiama “volontà politica”. L’entusiasmo dei primi tempi è andato via via spegnendosi. E quando Barack Obama ha fatto il giro delle capitali europee per chiedere aiuti e rinforzi, è stato rispedito a casa con molte vaghe promesse e qualche spicciolo. E nessuno ha mai avuto il coraggio o l’umiltà di spiegare alla gente che in Afghanistan, almeno da un paio d’anni, c’è una vera guerra in corso, altro che peace keeping. Il risultato è uguale ovunque: inglesi, francesi, tedeschi e italiani si piegano giustamente nel dolore quando una strage li colpisce, per poi chiedere a gran voce il ritiro dei loro soldati. E’ il segno evidente che manca un progetto comune, cioè la base di una strategia coerente. Un maggiore impegno e una più abile condotta è il debito che abbiamo accumulato verso i 20 soldati italiani caduti finora e i 1.400 loro colleghi caduti in totale.

Pubblicato sull’Eco di Bergamo del 18 settembre 2009   www.eco.bg.it

 

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

2 Responses to AFGHANISTAN, LA STRAGE DEGLI ITALIANI IMPONE DI CAMBIARE

  1. Enrico Usvelli

    21 September 2009 at 15:35

    Andarsene non si può perché altrimenti ci sarebbe un massacro (oggi uno parlava di nuova Cambogia).
    Ma anche rimanere in questa maniera non serve.
    Siamo lì per la democrazia o perchè l’Afghanistan è un punto nevralgico? Se è solo per il secondo motivo ammettiamolo e teniamo una guarnigione solo nei punti che interessano.
    Vogliamo anche la democrazia? Non l’avremo mai basandoci su un esercito che è sentito come invasore. Il primo comandamento per i soldati presenti là è: non morire in un attentato. Comprensibile, farei così anch’io, ma in questa maniera devi trattare ogni afghano, anche donne e bambini, come potenziale talebano o spia dei talebani. Poiché però la stragrande maggioranza della popolazione non lo è, i rapporti potranno solo deteriorarsi sempre più. Ci voleva più personale civile con conoscenze della loro cultura che interagisse con la loro società civile. Ma questo all’inizio, ora che il Paese è fuori controllo c’è troppo rischio.
    Mister Bush ci ha cacciati in un guaio e adesso gli altri lo devono risolvere. Come diceva un comico di zelig: è comodo fare i froci con il culo degli altri.

  2. Fulvio Scaglione

    21 September 2009 at 17:47

    Caro Enrico,
    sono in parte d’accordo con te e in parte no. Personalmente, sono sempre stato a favore dell’intervento in Afghanistan, che era la vera centrale del terrorismo internazionale. La sciocchezza, sempre secondo me, è stata non finire il lavoro laggiù e andarsi a cacciare nel pasticcio iracheno. Francamente ora temo che a Kabul e dintorni possa finire molto male: nei nostri Paesi (Usa, Francia, Germania e Gran Bretagna compresi)già si agita la sindrome da sfiducia che colpì, a suo tempo, l’impero britannico e l’Urss. E’ comunque chiaro che la missione internazionale va radicalmenre ripensata e riorganizzata. Purtroppo ci troviamo a doverlo fare nelle condizioni di spirito (le nostre e quelle degli afghani) peggiori.
    Ciao, a presto

    Fulvio

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

*

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>