Proprio in queste ore Hamid Karzaj, presidente in carica dell’Afghanistan, ha annunciato di aver superato la quota del 50% dei voti necessaria per la riconferma al primo turno. Karzaj avrebbe il 54% delle preferenze contro il 28,3% di Abdullah Abdullah, ex ministro degli Esteri, suo grande avversario. I veri vincitori, però, hanno un altro nome: insorti, guerriglieri, terroristi, fondamentalisti, contrabbandieri, narcotrafficanti… Insomma, quel che volete oppure: tutto ciò che ancora siamo abituati a chiamare “talebani”.
Lo spiega bene l’ultimo rapporto dell’International Council on Security and Development (Icos). E lo illustra ancor meglio, perché con una serie di grafici mostra come, ormai, quasi il 90% dell’Afghanistan sia afflitto da una “sostanziale” o significativa” attività dei talebani.

La presenza e l'attività dei talebani in Afghanistan (più forte nelle aree più scure) nel 2007.

La presenza e l'attività dei talebani in Afghanistan nel 2008.

La presenza e l'attività dei talebani in Afghanistan nel 2009.
Come ben illustrato dal Rapporto Icos, la situazione è andata radicalmente peggiorando negli ultimi due anni. Al posto di raccogliere i frutti di otto anni di intervento militare, politico ed economico, la coalizione internazionale (43 Paesi partecipi delle operazioni belliche, 63 Paesi donatori per gli interventi di ricostruzione) è andata raccogliendo un insuccesso dopo l’altro. Il pericolo maggiore, ora, è lo scontento e la sfiducia che si stanno diffondendo. Negli Usa l’Afghanistan si sta trasformando in uno dei punti deboli, almeno nei confronti dell’opinione pubblica, della presidenza Obama. In Germania tutti i sondaggi indicano che i tedeschi sarebbero in maggioranza felici di richiamare le truppe. Da noi, in Italia, autorevoli esponenti della maggioranza di governo hanno già parlato di ritiro.
Proprio per questo, nella piccola misura di questo sito, e certo annoiando alcuni dei visitatori, insisto sull’Afghanistan: questo disgraziatissimo Paese è uno snodo cruciale della politica internazionale. Gli enormi sacrifici finora fatti (solo l’Italia ha avuto 14 caduti) per metterlo e tenerlo sotto controllo non sono una stravaganza delle cancellerie ma una necessità collettiva. Non possiamo permetterci di tollerare un centro di propulsione del caos e del terrorismo proprio nel cuore dell’Asia Centrale, che è tornata a essere il crocevia dei grandi traffici e commerci mondiali. Meno ancora possono permetterselo i Paesi poveri o in via di sviluppo, che non hanno i mezzi né la volontà di chiudersi in una fortezza militarizzata. Finora hanno subito la faccia grigia della globalizzazione, tenere aperte le rotte è l’unica speranza, per loro, per arrivare a vedere anche quella che luccica.
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