Un organismo che ha esperienza di situazioni difficili e persecuzioni è il Consiglio mondiale delle Chiese. Raduna 349 Chiese e denominazioni cristiane (non la Chiesa cattolica, con cui pure ha molti rapporti) presenti in 120 Paesi, e rappresenta quindi oltre 560 milioni di cristiani. Un popolo di Dio che all’epoca della fondazione del Consiglio (1948) era radicato soprattutto in Europa e nell’America del Nord ma che oggi è diffuso soprattutto in Africa, Asia e America Latina. Va dunque presa molto sul serio la dichiarazione ufficiale (la si trova su www.oikoumene.org) con cui esso ha chiesto al Governo del Pakistan di intervenire sulla Legge sulla Blasfemia che, inserita nel Codice penale pakistano, serve da scusa alle più crudeli azioni contro i cristiani e li costringe a “vivere nella paura e nel terrore”.
In Pakistan le minoranze religiose costituiscono circa il 4% della popolazione totale (170 milioni di abitanti), e quella piccola quota è a sua volta formata per tre quarti da cristiani. La Legge fu introdotta dagli inglesi nel 1860, quando il Pakistan non esisteva come Stato autonomo ma era solo una parte dell’India. Nel 1927, poi, al codice penale fu aggiunta la sezione 295 per punire coloro che “deliberatamente e con atti maliziosi intendono offendere i sentimenti religiosi di una qualunque classe, insultando la loro religione o il loro credo”. L’intento, è chiaro, era di proteggere qualunque fede e qualunque fedele. I cambiamenti arrivarono negli anni Ottanta (il Pakistan è indipendente dal 1947) con il regime del generale Zia Ul Haq che, per accattivarsi il favore dei partiti islamici, introdusse il concetto di “blasfemia”.
Il risultato di quel gran pasticciare con la legge, con il codice penale e con la religione, ha conseguenze terribili: il presunto reato di blasfemia è descritto in termini assai vaghi ma porta con sé la pena di morte. La persona accusata di blasfemia, inoltre, viene messa in carcere sulla sola parola del suo accusatore (un ottimo sistema per favore rappresagli a sfondo etnico e vendette personali) e può provare a difendersi solo quando ha già le manette ai polsi.
Nella foto: una ragazza cristiana di Gorja viene curata dopo il pogrom degli islamisti.
Tra il 1988 e il 2005, ben 647 persone sono finite in carcere a causa della Legge sulla Blasfemia. Nessuna di loro è stata messa a morte dallo Stato, ma le accuse sono state sfruttate dai gruppi del radicalismo islamico per scatenare infinti pogrom contro le minoranze religiose, in particolare contro i cristiani. E’ fresco il ricordo delle uccisioni nello Stato dell’Orissa e solo di qualche settimana fa quello degli attacchi a Gojra, nel Punjab, dove otto cristiani sono stati massacrati da una folla inferocita di migliaia di musulmani. Non ci sono molte speranze che il Governo del Pakistan, al momento capace di contenere l’avanzata dell’islamismo solo muovendo l’esercito e costretto a concedere l’applicazione della shari’a (legge islamica) nelle aree tribali del Nord-Ovest che confinano con l’Afghanistan, possa accogliere l’appello del Consiglio mondiale delle Chiese. Dobbiamo però almeno prendere coscienza del fatto, mai abbastanza sottolineato, che i Paesi più “amici” dell’Occidente dal punto di vista politico sono anche quelli in cui più accaniti sono i “nemici” dal punto di vista religioso. Una contraddizione che prima o poi dovrà essere affrontata e risolta.
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