Vittorio Feltri, lo sappiamo, è un pistolero del giornalismo. Le sue doti migliori sono l’astuzia, il tempismo, il colpo d’occhio, il riflesso, la spietatezza. E quello che gli esperti di sport chiamano “killer instinct”, cioè la capacità di mettere a segno il colpo duro, decisivo, nel momento cruciale della partita. Come tutti i pistoleri, inoltre, Feltri non può vivere senza un nemico, un avversario da battere e, se possibile, abbattere. Ma chi è che decide su chi è più opportuno sparare? Chi traccia la linea della ferrovia? Chi ha la mappa delle miniere d’oro?
Teniamo fermo per un attimo questo punto interrogativo. La caccia ai “falsi moralisti”, nuovo cavallo di battaglia di Feltri&C, è l’ennesima patacca ideologica del berlusconismo rampante. Per una ragione molto semplice: nessuno è paragonabile a Berlusconi. Il Cavaliere, anche a prescindere dalle altre posizioni dominanti che ha accumulato nel bislacco sistema italiano (come industriale dei media, per esempio), è titolare di una funzione pubblica. Rappresenta l’Italia e tutti gli italiani, anche quelli che non lo hanno votato. Feltri dice che Dino Boffo, direttore di Avvenire, non è migliore di Berlusconi e quindi non può criticarlo. Perché? Se anche fosse vero, il ruolo di Boffo e quello di Berlusconi non sono paragonabili. Boffo risponde solo al suo editore, con cui ha un rapporto privato. Se vogliamo allargarci, risponde ai vescovi italiani (Avvenire è il quotidiano della Conferenza episcopale italiana), se vogliamo esagerare risponde ai cattolici. Ma non risponde e non deve rispondere all’Italia e a tutti gli italiani come invece deve fare, gli piaccia o no, Berlusconi.
Nella foto: Silvio Berlusconi con Bettino Craxi.
Però questa storia del moralismo, dei falsi moralisti e del diritto a parlare viene da lontano. Per la precisione, arriva dal discorso del 3 luglio 1992, quello in cui un Bettino Craxi agli sgoccioli della sua storia politica (fu condannato a 5 anni e 6 mesi per corruzione nel processo Eni-Sai e a 4 anni e 6 mesi per finanziamenti illeciti) si difese dicendo in pratica che tutti i partiti prendevano mazzette e che quindi nessuno poteva condannare solo lui per quella colpa collettiva. Chiaro il ragionamento: se tutti sono colpevoli, nessuno è colpevole.
Craxi è stato il grande nume ispiratore di Berlusconi e dei suoi. Che infatti recuperano oggi il ragionamento di allora: se tutti sono immorali, nessuno può fare la morale. E se nessuno può fare la morale, nessuno è colpevole. Avendo il potere, come non a caso l’aveva Craxi, questo risulta molto comodo. E presuppone, ovviamente, che la gestione del potere in nome e per conto di tutti gli italiani non comporti alcuna responsabilità aggiuntiva rispetto a essere, che so, il direttore di un giornale, un taxista, un fruttivendolo, un piccolo imprenditore. Presuppone che il ruolo politico garantisca vantaggi ed escluda doveri. E infatti è proprio questo ciò che Berlusconi pretende: di avere non solo più potere di chiunque altro ma anche meno responsabilità di chiunque altro, come dimostra la serie di leggi ad personam che si è fatto confezionare per sfuggire a qualunque responsabilità.
(1. continua)
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