E così il buon vecchio Obama fa volare un po’ di stracci in casa della Cia. Può essere una mano di poker, un azzardo per recuperare il favore degli elettori liberal in un periodo in cui i sondaggi d’opinione lo vedono in ribasso. E può anche essere il tentativo di mettere le redini a un organismo che non sente ancora “suo”. Di sicuro la mossa è piuttosto clamorosa. Ai signori dell’intelligence Obama ha revocato il compito di interrogare i detenuti di Guantanamo e di altre carceri speciali (d’ora in poi ci penserà un gruppo speciale dell’Fbi che risponderà direttamente alla Casa Bianca). In più, li ha messi sotto inchiesta per tutta una serie di violenze (“almeno una dozzina di casi”, ha detto Eric Holder, ministro della Giustizia) compiute durante gli interrogatori di terroristi e sospetti terroristi.

Le mosse e contromosse della politica interna Usa, almeno per ora, possono solo essere immaginate. Quello che fa un po’ ridere, però, è una certa preoccupazione per le sorti della guerra al terrorismo: perché se c’è un organismo corresponsabile del pasticcio attuale, di questa situazione in cui dall’Iraq non si può più uscire e in Afghanistan dobbiamo far finta che queste elezioni siano state un successo, quello è proprio la Cia. Responsabilità politica e responsabilità operativa.
Partiamo dalla politica: la Cia “coprì” tutte le affermazioni della Casa Bianca e del Governo americano sulle armi di distruzione di massa che Saddam Hussein, come ben sappiamo, non aveva. Un esempio? Eccolo. Il 7 ottobre 2002, alla vigilia del dibattito al Congresso che avrebbe dovuto decidere se gli Usa sarebbero entrati in guerra contro l’Iraq, il presidente Bush disse: “Saddam Hussein produce e possiede armi chimiche e biologiche e in qualsiasi momento l’Iraq potrebbe decidere di dare un’arma biologica o chimica a un gruppo terroristico o a un singolo terrorista”. Sapete che cosa disse il giorno dopo George Tenet, per sette anni (si dimise l’8 luglio 2004) direttore della Cia? Questo: “Non c’è alcuna differenza tra la nostra idea sulla crescente minaccia presentata da Saddam e l’idea espressa al riguardo dal Presidente”. E sapete che cosa disse poi Jim Pavitt, direttore delle operazioni clandestine della Cia, alla commissione d’inchiesta sull’11 settembre? Questo: “Non avevamo molti informatori iracheni, ne avevamo meno di una manciata”.
Una serie di balle, insomma, a cui questi presunti 007 offrivano volentieri sostegno. Per altri esempi non mancano le fonti. Per chi ha fretta, può bastare Cia – Ascesa e caduta dei servizi segreti più potenti del mondo di Tim Weiner, pubblicato in Italia da Rizzoli.
Ma veniamo all’aspetto operativo. I servizi segreti americani, dopo anni di minacce di attentati da parte di Al Qaeda, non riuscirono a prevedere o a impedire gli attacchi dell’11 settembre. Ma tra il 2001 e il 2009 i servizi segreti americani godettero di una libertà di manovra inedita nella storia dell’Occidente. In nome della lotta al terrorismo tutto era lecito: intercettazioni non autorizzate, arresti illegali anche fuori dai confini degli Usa (3 mila persone), voli clandestini (1.245 nei soli cieli d’Europa tra 2001 e 2007), prigioni segrete, torture, completa libertà di ignorare le convenzioni internazionali come a Guantanamo, totale collaborazione da parte di decine di nazioni, persino squadre di killer arruolate presso le aziende private dei contractors come la Blackwater dove, guarda caso, lavoravano Cofer Black (ex capo del centro antiterrorismo della Cia), Robert Richter (ex vice capo del settore operazioni clandestine della Cia) ed Enrique Prado (ex capo delle operazioni antiterrorismo della Cia). Chiedete agli spagnoli, agli inglesi, ai francesi, ai sauditi, ai pakistani, agli indonesiani, agli americani e soprattutto agli iracheni e agli afghani se sono contenti dei risultati.
In sostanza: negli anni cruciali, la Cia è stata parte del problema e non della soluzione. Magari Obama la prende di mira per interesse politico ma era ora che qualcuno lo facesse. Sempre che questa lotta al terrorismo la vogliamo vincere davvero.
Smone Colzani
31 August 2009 at 13:28
Scusami Fulvio, ma come scrisse Simon de Beauvoir in relazione alla Guerra d’Algeria (certo una delle più dure e più sconosciute ai giovani d’oggi) “non c’è da nessuna parte abuso od eccesso, ma dappertutto sistema”.
Con ciò la scrittrice francese intendeva dire che l’occupazione non poteva essere svolta in modo compassionevole, non potendosi (quasi lapalissianamente) governare delle persone contro la loro volontà.
Ergo, la CIA non è patologica, ma fisiologica in un sistema capitalistico, così come il KGB lo era nel Comunismo. Questa funzione è stata tanto più evidente durante gli 8 anni di diarchia Bush-Cheney.
Ora Obama non dovrebbe curare la CIA (l’esperienza di Stansfield Turner non ah insegnato nulla?) quanto modificare il turbocapitalismo.
Utopico? Forse si, ma al momento esiste un solo pianeta Terra.
Fulvio Scaglione
31 August 2009 at 20:46
Caro Kolza,
tu porti la discussione su un piano “alto” che è un po’ fuori dalle mie intenzioni. Non che sia necessariamente i disaccordo con te. Ma io mi limitavo a constatare che un servizio segreto che non funziona (nemmeno per una cattiva causa) e, in più, copre una menzogna del Capo disastrosa per il Capo stesso (oltre che per il Paese e, direi, il resto del mondo), non solo è inutile ma è dannoso.
Rispetto alla tua tesi ho un dubbio: siamo sicuri che un Paese non turbocapitalista non abbia bisogno di un servizio segreto efficiente?
Ciao, a presto
Fulvio