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LA GRANDE STRAGE DI BAGHDAD, IO C’ERO E L’HO VISTA COSI’

Baghdad

Un tonfo sordo, fuori da qualche parte. Passa un minuto, poi la finestra si spalanca di colpo, una nube di polvere gialla irrompe nella stanza e copre tutto, seguita da un tuono. A quel punto mi butto faccia in giù sul letto per evitare schegge di vetro che, nel caso, mi avrebbero già traforato. E poi spari su spari, grida, soldati iracheni, marines americani e contractor di ogni parte del mondo che corrono su e giù.

La grande strage di Baghdad, l’attentato contro la Zona Internazionale, il ministero degli Esteri e l’ambasciata britannica, l’ho vissuto così, nella camera dell’hotel Al Rasheed che si trova poco lontano dalla zona delle esplosioni e dove, per un destino a lui certo benevolo, proprio il ministro degli Esteri era impegnato in una riunione politica.

Questo albergo era diventato famoso, ancora ai tempi di Saddam, come il ritrovo della stampa internazionale, costretta a calpestare il ritratto di Bush Senior realizzato a mosaico sul pavimento dell’atrio. Con la guerra di Bush Junior era diventato il primo comando degli “invasori” americani. Ora è tornato a fare l’albergo e somiglia tremendamente al Paese di cui è uno dei marchi più noti: vorrei ma non posso, vorrei ma non so, vorrei ma non me lo permettono. Le decine di vetrate saltate per lo spostamento d’aria e le lampade rovesciate sono un triste promemoria, un’arlechinata che sa di tragedia.

La strage pazzesca di ieri è la più orrenda degli ultimi anni, e segna il momento più difficile da quando, il 30 giugno scorso, i soldati americani si sono ritirati nelle basi principali e hanno passato turni e consegne ai colleghi iracheni. Mille le ipotesi per mettere un’idea dietro a tutti quei morti: oggi è il primo giorno di Ramadan, il Governo di Al Maliki potrebbe magari trovare un’intesa con i curdi, la lotta politica in vista delle elezioni di gennaio si combatte anche così, ieri era l’anniversario di un’altra strage, domani si vota in Afghanistan… Ma forse tutte quelle tonnellate di esplosivo non sono facili da mettere insieme, i kamikaze forse non sono sempre disponibili, e ogni ricorrenza magari è solo un caso. Magari i terroristi hanno colpito quando si sentivano pronti a farlo, e basta. Di chiaro c’è solo che ne sono capaci e che diventano di settimana in settimana più audaci e spietati.

Non è per caso, invece, se la violenza è tornata a crescere in modo tanto clamoroso da quando le truppe Usa hanno ridimensionato il loro impegno. Siamo ormai oltre i mille morti un un mese e mezzo, sulle misure del 2006-2007, per intenderci, quando dei morti si perdeva persino il conto. Un rovescio dovuto a una questione tecnica, certo: i marine sono più duri, più bravi e più temuti dei soldati iracheni di fresca istruzione e scarsa esperienza. Ma anche a una questione politica. Con un 25 % della popolazione che vive in povertà, la produzione di petrolio che non decolla e le aste per i giacimenti che vanno deserte, le infrastrutture ancora pericolanti e spesso pericolose, il grande vanto di Al Maliki era, almeno fino al 30 giugno, la quasi ritrovata sicurezza. A nessuno importava che ben poco del merito fosse suo: il silenzio vuol dire speranza di rinascere, il fragore delle bombe certezza di sprofondare.

I terroristi, colpendo con questa frequenza e questa durezza, puntano a togliere al premier la sua principale arma di propaganda. Così facendo, possono ottenere due risultati a loro comunque favorevoli: rinviare senza termine la presenza dei soldati Usa, certificando così il fallimento della cosiddetta “transizione” dell’Iraq verso la piena autonomia; oppure polverizzare gli sforzi di Al Maliki per costruire una maggioranza di governo che comprenda gli sciiti ma anche parte dei sunniti, un modo per superare le differenze etniche e confessionali che tanta parte hanno avuto nei drammi di questi ultimi anni.

L’ondata di violenze seguita al 30 giugno, comunque, un risultato l’ha già ottenuto: minare la fiducia degli iracheni. Ieri, dopo la serie di esplosioni, i quattro check point militarizzati che dividono la Zona Internazionale (ambasciate, ministeri, il Parlamento, alberghi…) dalla Baghdad vera e propria, quella dei mille commerci e del traffico caotico, sono rimasti chiusi per qualche ora, sancendo così l’esistenza di due mondi separati o comunque facilmente separabili. La dimostrazione palese che tra promesse e realtà la distanza è ancora molta, un pericoloso fiammifero acceso sulle frustrazioni di un popolo che da trent’anni non smette di soffrire.

L’Iraq e gli Usa stanno discutendo proprio in queste settimane l’accordo bilaterale sulla sicurezza. Al Maliki aveva in mente di chiedere a Barack Obama di completare il ritiro anche prima del 2011 e di sottoporre la richiesta a referendum. Sta facendo marcia indietro: e se gli iracheni chiedessero invece agli americani di restare ancora? E a lui magari di andarsene?

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