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IN AFGHANISTAN SIAMO IN GUERRA CON OBAMA. LO DIREMO AGLI ITALIANI?

Abbiamo pagato un prezzo tragico, con la morte del caporale Di Lisio e il ripetuto ferimenti di altri soldati, ma almeno l’opinione pubblica italiana ha preso coscienza dei termini reali della “questione Afghanistan”. Tardi, forse, ma non troppo tardi. Nel modo che gli è più tipico, cioè sparigliando le carte, ha contribuito al dibattito anche Umberto Bossi. E’ vero, lui sa bene che toccherà ad altri decidere e prendersi le responsabilità, non alla Lega. Come sempre, con una mano e mezza sorregge il Governo mentre con le dita residue gratta la schiena al localismo padano, poco paziente con le questioni internazionali. E per finire: che brutto messaggio, per i soldati impegnati allo spasimo in Afghanistan, quel “tutti a casa” di uno dei leader della maggioranza.

Da questa non esaltante pagina politica, però, emerge una lezione: nessuno ha spiegato agli italiani quanto impegnativa fosse la svolta strategica impressa dalla Casa Bianca di Barack Obama alla spedizione in Afghanistan. Bossi ha ragione di criticare i “risultati” ottenuti laggiù, scarsissimi per gli otto anni trascorsi dalla cacciata dei talebani. In modo più articolato, hanno detto cose anche più feroci l’ammiraglio Michael Mullen, capo di stato maggiore Usa, e il generale Stanley McChrystal, comandante in capo delle truppe americane in Afghanistan. Obama ha deciso di reagire andando al cuore del problema: la coltivazione del papavero da oppio e il narcotraffico.

Ai tempi di George Bush la questione veniva affrontata bombardando alla cieca e bruciando a casaccio le coltivazioni, con l’unico effetto di impoverire i contadini e spingerli al servizio dei trafficanti e dei capi clan, che intanto si arricchivano e si armavano. Obama vuole risparmiare i contadini, tirarli dalla parte delle truppe Nato e colpire invece senza pietà talebani, guerriglieri e trafficanti. Per riuscirci, deve prima ottenere il controllo del territorio e poi presidiarlo con basi stabili. Il che vuol dire meno bombe dall’aria (in un mese, la percentuale di operazioni appoggiate da raid aerei è scesa dal 35 al 17%) e più soldati a piedi. Quindi più rischi ovvero, trattandosi di una guerra: più morti.

Questa la realtà dei fatti. Questo ciò che andrebbe onestamente detto al Paese. Alla politica, quindi al Governo, il compito di decidere se il gioco vale la candela, se l’Afghanistan vale la vita dei nostri soldati. Per anni ci è stato detto di sì, e non si ha l’impressione che le cose siano migliorate negli ultimi tempi. D’altra parte è più che giunta l’ora di far qualcosa di definitivo per un’area che da sempre produce instabilità e violenza: nei primi anni Novanta toccò alla Russia mobilitare l’esercito per stroncare il contagio islamico che rischiava di travolgere il Tagikistan e risalire verso Nord. Poi Osama dall’Afghanistan colpì gli Usa in tutto il mondo e fino a New York, infine è toccato al Pakistan il virus del terrorismo e dell’integralismo. Quanto vogliamo ancora andare avanti? Piangere i soldati è doveroso ma ignorare le vittime civili di un eventuale disimpegno sarebbe indecoroso.

Si cerchi, piuttosto, di capire quali siano le vere priorità della nostra politica estera e di farle poi valere nelle riunioni internazionali in cui, come si sente dire, siamo tanto apprezzati. C’è una schizofrenia generale per cui un giorno si corre appresso alla futuribile bomba dell’Iran e l’altro allo scudo spaziale in Polonia, il terzo parte l’allerta sulla Corea del Nord e il quarto si perde il sonno per i gasdotti della Russia. Se non capiamo qual è la cosa che ci preme di più, quella per cui vogliamo impegnarci e fare sacrifici, sarà difficile ottenere risultati concreti e duraturi. Ovunque.

Pubblicato sull’Eco di Bergamo del 27 luglio 2009 www.eco.bg.it

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