Lech Walesa e Vaclav Havel sono stati, in Polonia e in Cecoslovacchia, dei grandi uomini, dei grandi leader e dei grandi liberatori. Dubito si possa dire con altrettanta facilità che sono stati dei grandi politici. La firma che hanno messo in calce alla lettera che risolleva la questione della minaccia russa alle porte mi conferma nello scetticismo.
Lo sciovinismo anti-russo dei Paesi che furono per lunghi decenni vittime del pugno di ferro sovietico è del tutto comprensibile. Passerà, col tempo, ma non si può metter fretta a nessuno, sarebbe ingiusto e immorale se solo pensiamo a che cosa hanno patito non solo cechi e polacchi ma anche estoni, ungheresi, rumeni, bulgari. E’ invece ridicolo riproporre pari pari gli argomenti e le tesi del passato, come se la Russia di Putin e Medvedev fosse nemmeno quella del socialismo reale ma addirittura quella dei Romanov, dell’impero aggressivo ed espansionista. Ed è ingiusto accusare l’Europa (ma questo è uno sport che piace a tutti, in primo luogo a quelli che dall’Europa traggono cospicui vantaggi), e soprattutto l’America di Barack Obama, di sottovalutare la minaccia.
D’accordo, la Russia non è un Paese compiutamente democratico. E’ vero, Vladimir Putin ha sfruttato l’insoddisfazione maturata negli anni di Eltsin per far decollare un’ondata nazionalista che per quindici anni era stata tenuta a bada dal mito dello stile di vita occidentale, mercato e democrazia, quattrini e libertà di parola. Ma questo significa anche che la Russia è pericolosa per i suoi vicini? Che un’aggressione russa contro Polonia o Repubblica Ceca, per restare a Walesa e Havel, è ancora nell’ordine delle cose?
Pensiamoci bene. Dalla fine dell’Urss a oggi, sotto il profilo geostrategico, la Russia ha incassato quasi solo sconfitte. La Nato si è allargata verso Est, la Ue anche. Nel Caucaso, anche a non dar retta ai russi (che hanno sempre sospettato la mano americana nei problemi con la Cecenia), è comunque evidente che gli Usa si sono fatti spazio: l’Azerbaigian dei dittatori Aliev è amorosamente protetto da Washington, la Georgia del guerrafondaio Saakashvili anche. Con il Kirgizistan è stato trovato un accordo e per 2 miliardi di dollari i generali Usa potranno tenersi la base militare costruita ai tempi dell’invasione dell’Afghanistan. E già che ci siamo: il Cremlino di Medvedev ha appena firmato con Obama un accordo perché gli aerei militari Usa possano sorvolare lo spazio aereo russo nella rotta verso Kabul.
I detrattori di Mosca fanno pesare il presunto imperialismo energetico esercitato contro l’Ucraina e quello militare messo in mostra contro la Georgia. E fanno male. L’Ucraina è uno Stato indipendente che ha rivendicato la propria identità autonoma anche con una certa aggressività antirussa. Quasi solo parole, certo. Ma se paghi il gas russo a prezzi di assoluto favore, lontani anni luce da quelli del mercato mondiale, e per giunta sei povero e hai una pessima classe dirigente, faresti bene a tenere la bocca chiusa. Il caso della Georgia è più complesso, perché è chiaro che la Russia ha usato la mano pesante con una certa soddisfazione. Ma l’oggetto del contendere è lo status dell’Abkhazia e dell’Ossetia del Sud, che cominciarono a reclamare l’indipendenza ancor prima che la Georgia reclamasse l’uscita dall’Urss. Perché Walesa e Havel, che vollero liberarsi da Mosca, negano ad abkhazi e osseti il diritto di liberarsi da Tbilisi e dalla Georgia? La Russia ci sguazza, è ovvio. Ma perché, gli Usa no, con i loro consiglieri militari al servizio di Saakashvili?
Non ho fin qui citato il caso più clamoroso: lo scudo stellare dell Nato (radar e missili) che sarà piazzato in Polonia e in Repubblica Ceca. Non è un’altra sconfitta della Russia? O vogliamo davvero credere alla panzana secondo cui lo scudo sta là per proteggere l’Europa dall’eventuale attacco atomico di un Iran che nemmeno ha la bomba e chissà se mai l’avrà? Che altro vogliono, il polacco Walesa e il ceco Havel, che con altri animano una discreta ma evident ondata di scetticismo nei confronti del nuovo presidente Usa?
Per quel che conta, spero che Obama non cada nel tranello del ricatto morale. Le sofferenze inflitte dal comunismo sono note a tutti ma non possono essere la bussola della politica futura. Se quella dei Paesi dell’ex Europa dell’Est fosse una classe politica meno incline a speculazioni di corto respiro, capirebbe che un buon rapporto tra Usa e Russia è la migliore garanzia di sicurezza per quella parte di mondo.
Carnine Zaccaria
20 October 2009 at 12:09
Caro Collega,
che bella sorpresa leggere il tuo articolo contraddistinto da grande equilibrio e competenza. Bisognerebbe lavorare per far capire cosa succede in Russia e cosa rappresenta oggi la Russia. Molte testate invece non dicono la verità forse per incompetenza oppure in mala fede.
Carmine Zaccaria * Giornalista * Direttore Sussurri&grida e dell’edizione in lingua russa Shepot&krik * Consigliere WARP (Associazione Mondiale della Stampa Russa)
istitutodiculturaslava@virgilio.it
http://www.portaledellest.org
Fulvio Scaglione
20 October 2009 at 17:37
Caro Zaccaria,
grazie per esserti fatto vivo. E per aver segnalato anche ai lettori di questo piccolo spazio quei link interessanti.
Buon lavoro, a presto
Fulvio