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DOPO LA POLITKOVSKAJA, LA ESTEMIROVA: PERCHE’ LA VERITA’ SULLA CECENIA E’ COSI’ PERICOLOSA

Quello di Natalja Estemirova, giornalista e ricercatrice del centro Memorial, non è un delitto eccellente ma un delitto esemplare, e lo dimostrano le modalità dell’esecuzione: la Estemirova è stata rapita a pochi metri da casa, a Grozny, sotto gli occhi di molti testimoni. E’ riuscita a chiamare aiuto. Poi è stata caricata a forza su un’auto, portata in un bosco, uccisa con due colpi di pistola alla testa e infine lasciata al facile ritrovamento degli investigatori. Un monito, un messaggio, al modo in cui lo fu l’assassinio di Anna Politkovskaja, nel 2006, proprio il 7 ottobre in cui Vladimir Putin compie gli anni.


      Ora non solo Memorial ma la Casa Bianca e il mondo intero, e persino il Cremlino di Medvedev, chiedono luce e verità sulla morte della Estemirova. E’ facile prevedere, però, che non avremo né l’una né l’altra. I giornalisti e gli attivisti dei diritti civili che si sforzano di sollevare il velo sulla seconda guerra di Cecenia (1999-2006), ovvero sulla guerra di Putin, si scontrano con un’ostilità che viene sia dall’alto sia dal basso. Dall’alto perché è chiaro che il Cremlino vuol chiudere quella pagina punteggiata di stragi, torture e persecuzioni di civili ma anche di cocenti sconfitte, di migliaia di giovani soldati morti in modo atroce, di attentati. Ora che la Cecenia è più o meno pacificata, a chi conviene rileggere quel capitolo spaventoso? E poi: la Cecenia e il Caucaso (giusto un anno fa sconvolto dalla guerra tra Georgia, Ossetia del Sud e Russia) vivono uno stato di tensione perenne perché in quella regione si scontrano interessi vastissimi e inconfessabili, dal controllo delle rotte petrolifere ai ricatti geostrategici che le potenze esercitano sulla pelle di Stati, popoli ed etnie più piccoli. Ong, attivisti e giornalisti sono pagliuzze indifese in un’arena affollata di servizi segreti, eserciti, milizie, bande e clan.
      Detto questo, non bisogna trascurare quanto abbiamo detto venire “dal basso”. Quella di Cecenia è stata, anche, una guerra civile. Uno scontro senza quartiere tra indipendentisti e filorussi, gli uni disposti a far saltare in aria ospedali e uccidere ostaggi, gli altri pronti a violentare e sgozzare. In una società-mosaico di clan familiari, lo scontro è avvenuto tra persone che si conoscevano, famiglie che vivevano nello stesso villaggio, gruppi che prima avevano anche collaborato. Accertare la verità vuol dire, anche, mettere in piazza nomi e cognomi, rivelare facce, riesumare delitti rimasti impuniti e indicare colpevoli che magari si sono rifatti una vita o l’hanno comunque fatta franca. Forse anche ricostruire tradimenti finora ignoti e complicità impreviste tra esercito e milizie, tra burocrati e killer. E questo in una Cecenia dove ancora oggi si scoprono fosse comuni e omicidi di massa.
       Ecco perché il desiderio di arrivare alla verità si rivela tanto letale. Le possibilità di “dare fastidio” a qualcuno sono infinite, e altrettanto numerose quelle di mettere le mani, magari senza saperlo, in una matassa in cui sono già impegnati personaggi che perseguono ben altri interessi, della verità non si curano e, anzi, hanno magari l’ordine di nasconderla. Non illudiamoci che l’inchiesta sulla morte della Estemirova possa dare risultati più limpidi di quella sulla morte della Politkovskaja. La verità sulla Cecenia resterà un obiettivo mancato. Sempre che, naturalmente, non si sia ancora capito che anche quella guerra è stata il trionfo della brutalità e della ragion di Stato sull’umanità e sulla politica.

Pubblicato su Avvenire del 16 luglio 2009   www.avvenire.it

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