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LA POLITKOVSKAJA E I GIOCHI DI POTERE ALL’OMBRA DEL CREMLINO

La sentenza con cui la Corte Suprema russa ha annullato l’assoluzione già concessa ai tre ceceni accusati di aver ucciso (il 7 ottobre 2006) la giornalista Anna Politkovskaja, smentisce molte facili conclusioni e conferma diverse sgradevoli sensazioni. Tra le prime, la convinzione (ridicola ma diventata assioma) che la Politkovskaja fosse stata assassinata per ordine di Vladimir Putin, deciso a farla tacere sulle atrocità dell’esercito russo in Cecenia. Dimenticando alcuni fatti peraltro banali: il Cremlino ha ben altri mezzi per “silenziare” i media sgraditi (il canale privato Ntv, per esempio, fu rilevato dal colosso statale Gazprom e rimesso in linea senza sparare a nessuno); la Politkovskaja scriveva per un periodico (Novaja Gazeta) che aveva e ha tiratura limitata a poche decine di migliaia di copie e un pubblico di intellettuali di Mosca e San Pietroburgo comunque ostili all’ex agente del Kgb Putin; e che l’opinione pubblica russa ha sempre appoggiato il proposito a suo tempo espresso da Putin con uno slogan di rara eleganza: “Li colpiremo anche al cesso”.

     

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      Una delle ultime immagini di Anna Politkovskaja alla sua scrivania nella redazione della Novaja Gazeta.

      Poche settimane dopo la morte della Politkovskaja, ebbi occasione di intervistare il marito, Aleksandr Politkovskij, ai tempi della perestrojka una star del giornalismo televisivo. Aleksandr era convinto che il mandante dell’omicidio andasse cercato tra i ceceni del clan Kadyrov (il presidente filo-russo della Cecenia) o tra gli alti gradi dell’esercito russo, sulla cui corruzione la giornalista stava appunto indagando. “Putin non c’entra”, disse con decisione. Quest’ultima sentenza sembra confermare la tesi che la decisione di eliminare la Politkovskaja sia stata un capitolo dell’eterna lotta tra gli apparati che, all’ombra del Cremlino, sgomitano per avere più potere e quindi una fetta maggiore negli affari e nella corruzione di regime.

      Se Putin avesse voluto chiudere la faccenda, avrebbe potuto trovare un capro espiatorio disposto a prendersi la colpa per essere poi liberato (o eliminato) qualche tempo dopo, a pubblico distratto. La cosa che meno gli conviene è quella che si produce ora: processo da rifare, mesi se non anni di polemiche, la figura della Politkovskaja agitata anche all’estero come una clava morale contro gli anni della sua presidenza. Da quest’ultima decisione, invece, si capisce bene che qualcuno ha interesse ad agitare le acque. Perché la Corte Suprema non ha chiesto un supplemento d’indagine, come speravano i familiari della Politkovskaja, ma solo che venga ripetuto il processo, con gli stessi imputati e le stesse prove. Il primo procedimento fu gestito da una corte militare, ora la magistratura civile ordina di rifare tutto. Forse è un “messaggio“ ma resta difficile da decifrare. Se i militari hanno assolto i colpevoli, il senso è chiaro. Ma se i militari hanno assolto degli innocenti, chi è che li vuole condannati a tutti i costi?

      Non si può equivocare, invece, sulle ragioni per cui la Politkovskaja sia diventata, da vittima, più influente che da viva e protagonista di un mito che non ha nemmeno sfiorato, invece, le decine di altri coraggiosi giornalisti russi uccisi in questi anni. La memoria delle sue battaglie incombe come l’ombra di Banquo su un Macbeth che in questo caso è una nazione intera, fin troppo pronta a dimenticare, in nome del nazionalismo e del benessere in quel periodo crescenti, il prezzo atroce pagato alla pacificazione della Cecenia. Dai ceceni in primo luogo, ovviamente. Ma anche dai russi, visto che per le stragi da inettitudine di Budionnovsk (1995), del Teatro Dubrovka (2002) di Mosca  e di Beslan (2004), per citarne solo alcune, il Cremlino non ha mai offerto né giustificazioni né spiegazioni.

Pubblicato su Avvenire del 28 giugno 2009    www.avvenire.it

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