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SI SCRIVE GAZ MA SI LEGGE CREMLINO. COSI’ FIAT HA PERSO LA SFIDA PER OPEL

Metà degli anni Novanta, diciamo 1996-1997. Ero arrivato a Gorki, la città in cui era finito in esilio interno Andrej Sacharov, in un vagone letto di rara scomodità. E la notte dopo non sarebbe andata meglio. L’albergo aveva pareti di cartone e nella stanza accanto qualcuno seguiva a tutto volume una partita di Coppa dei Campioni in cui giocava la Juventus. L’urlo “Del Piero!” rimbombava fino a tramortirmi. Ero lì proprio per visitare la Gaz (Gorkovskij Avtomobilnyj Zavod, Fabbrica di Automobili di Gorki), un vecchio ex colosso industriale sovietico che nel 1981 era arrivato a produrre 10 milioni di veicoli ma che poi, con la fine dell’Urss, era stato a un soffio dalla chiusura. 

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      E’ uno di quei viaggi che allora sembravano quasi di routine e che invece non ho più dimenticato. Un po’ perché la sfida tra Magna (finanziata dalla banca russa Sberbank e appoggiata appunto da Gaz) e Fiat per il controllo di Opel da settimane mi tiene sveglia la memoria. Molto perché ho sempre trovato sulla scrivania un posto per il modellino (eccolo, nella foto sopra) di Ciaika (Gabbiano), una delle auto gloriose della Gaz sovietica, che mi fu regalato da uno degli ingegneri dello stabilimento. Avevo deciso di andare a Gorki perché in quel periodo la fabbrica si stava faticosamente risollevando grazie al Gazelle, un autocarro leggero che incontrava le esigenze della nascente piccola borghesia russa, agricoltori, commercianti, artigiani, tutti quelli insomma che in quegli anni tanto difficili si gettavano nella mischia e si mettevano in proprio. In più, la versione coperta del Gazelle si adattava benissimo alle marshrutki, cioè ai taxi collettivi (15 posti) che nelle grandi città russe sono la spina dorsale del trasporto pubblico. E infatti oggi il 50% di questi taxi, in Russia, è appunto prodotto a Gorki.

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      Insomma, passavo lungo le catene di montaggio (nella foto sopra, una vecchia immagine “sovietica” dello stabilimento Gaz) e percepivo con assoluta chiarezza l’ansia e l’attesa con cui tecnici e operai guardavano all’oggetto del loro lavoro. Produrre era un conto, lo sapevano fare. Ma vendere? Piazzare quei furgoni su un mercato come quello russo, da un lato brutalmente impoverito e dall’altro invaso da un fiume di auto usate che, per essere di marca europea, erano comunque più stimate e ricercate di quelle nazionali? Quale giornalista italiano, godevo anch’io di un’evidente e ambivalente considerazione. La Gaz aveva appena firmato un accordo con la Fiat per produrre, proprio lì a Gorki, veicoli per la casa torinese. Quindi ero un “alleato” ma nello stesso tempo uno che veniva da un Paesi dove l’automobile, grazie appunto a Fiat, Ferrari, Alfa Romeo, era quasi un’arte: non avrei guardato alla loro fabbrica con sufficienza e snobismo?
      Fu una bellissima giornata: faceva caldo, prendemmo confidenza, bevemmo tanta vodka, vedemmo belle cose, ci demmo un sacco di pacche sulle spalle, non riuscii a dormire, ripresi il treno praticamente disfatto. Capisco di essere un sentimentale senza speranza ma, con i ricordi di quella Russia che non sapeva bene che strada prendere, ritrovarmi la Gaz che compete per la Opel, sia pure come socio di minoranza di Magna, mi fa un certo effetto. Come tutti ormai sanno, dal 2001 la Gaz appartiene all’oligarca Oleg Vladimirovic Deripaska, che ha rilevato la maggioranza azionaria dall’altro oligarca Roman Abramovic (il padrone del Chelsea, ex datore di lavoro di Mourinho). Deripaska è un “duro”, uno che è cresciuto e si arricchito lottando metro per metro. Negli ultimi tempi ha avuto le sue difficoltà e dicono che sia a corto di liquidità. Teniamo però presente una cosa: in un affare come la corsa a Opel, per di più in un Paese tradizionalmente vicino alla Russia come la Germania, nessun magnate russo entra se non con l’accordo e l’approvazione del Cremlino, ovvero di Vladimir Putin. E infatti accanto a Gaz, nella cordata guidata da Magna, c’è Sberbank (Sberegatelnyj Bank, la Cassa di Risparmio, 20 mila filiali in Russia), che per il 64% appartiene alla Banca Centrale di Russia (cioè allo Stato) mentre il maggiore azionista privato è il miliardario Suleiman Kerimov, che è anche azionista di Gazprom, il colosso statale del gas e del petrolio.
      Questo vuol dire che dove c’è scritto Gaz e Sberbank bisogna in realtà leggere Cremlino. E le casse dello Stato russo sono ancora piene, visto che nel Fondo di stabilizzazione si erano accumulati, nel 2008, circa 120 miliardi di dollari ricavati dalla vendita del petrolio e del gas. Questo da un lato spiega perché Fiat abbia perso la battaglia, nonostante che presentasse un piano industriale certo più solido e credibile di quello dei rivali. Dall’altro chiarisce che la crisi economica non ha certo cambiato i piani strategici del Governo russo, che punta sempre a insediarsi sui ricchi mercati occidentali per vendere il prodotto finito e uscire dalla frustrante condizione di mero fornitore di materie prime. Per l’Italia, per la Fiat e credo anche per la Opel, sarebbe stato meglio se il cancelliere Angela Merkel avesse scelto la proposta tricolore. Ma se qualcuno di quegli operai del 1996-1997 lavora ancora a Gorki, beh, spero si goda questo momento.     

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