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PIU’ SOLDI ALLA TV PER SALVARE LA CULTURA, LA RIVOLUZIONE SECONDO BARICCO

Gli intellettuali italiani non finiscono mai di stupire. L’ultimo caso è quello di Alessandro Baricco. Scrittore (“Oceano mare”, “Seta”, “City”, “Senza sangue”), cineasta (“Lezione 21”), animatore culturale (ha fondato a Torino la Scuola Holden), Baricco ha pubblicato su Repubblica (http://www.repubblica.it) un lungo artiolo la cui tesi è che lo Stato dovrebbe smettere di finanziare la cultura in genere (festival, convegni, mostre, rassegne, la lirica e il teatro e chi più ne ha più ne metta) e concentrare le risorse sulla scuola e sulla tv. Perché? “Perché”, scrive Baricco, “il Paese reale è lì”. E inoltre, dice sempre lui, “il mercato (cioè i privati, n.d.r) sarebbe oggi abbastanza maturo e dinamico da fare tranquillamente da solo”.
Ecco un tipico caso in cui, per darsi quel passo vigoroso di colui che non indulge ai sogni ma sa come va il mondo, si finisce sulla sponda opposta: quella dell’astrazione e della teoria fine a se stessa. Proviamo a metter giù qualche punto, dando per scontato che l’idea di dedicare più risorse alla scuola non è né nuova né originale ma è certamente buona.
1. Perché il Paese che frequenta, per dire, Il grande fratello o il Festival di Sanremo è più “reale” di quello che va a farsi un giro agli Uffizi o si ammassa a Umbria Jazz? Chi lo dice? Come si misura il grado di realtà di un pubblico? A meno che Baricco non voglia dire “più numeroso”. Dato incontestabile, perché nessuna regia di Ronconi richiama a teatro i 13-15 milioni di spettatori radunati da Bonolis. Purtroppo, come in ogni cosa della vita, più numeroso non equivale a migliore e nemmeno a più utile. Se così fosse, dovremmo incrementare il consumo di patatine fritte, che sono già il cibo più gradito del pianeta, e abolire qualunque sostegno alla produzione di vini pregiati, prosciutti di San Daniele, mozzarelle di Mondragone e capperi di Pantelleria.
2. Se c’è una cosa di cui la televisione non ha bisogno, almeno in Italia, sono i quattrini. Un esempio: nel 2007 gli investimenti pubblicitari netti sono stati pari a 8 miliardi e 800 milioni di euro. Di questa somma, la tv ha incamerato il 54% (pari a 5 miliardi e 400 milioni), contro solo il 5% della radio, il 20% dei quotidiani, il 15% dei periodici e l’1% del cinema. Di quei 5 miliardi e 400 milioni, Mediaset si pappa il 65% (3 miliardi e 510 milioni) e la Rai il 30% (pari a 1 miliardo e 620 milioni), a cui però aggiunge il canone (107 euro per proprietario di televisore) che, ci dice la Corte dei Conti, (http://www.corteconti.it/Cittadini-/Comunicati/Archivio-c/Comunicati2/RaiCOMUNICATO-STAMPA.doc_cvt.htm), “rende” il 13% più della pubblicità. Se non sbaglio le somme, fa un altro miliardo e 830 milioni. Finanziare la tv, insomma, è come portare acqua al mare. Che pensata…
3. Una realtà consolidata in tutto il mondo, compresi i Paesi anglosassoni o gli Usa dove le “raccolte fondi” e il mecenatismo privato sono assai più sviluppati che da noi, è che diverse forme di cultura andrebbero incontro all’estinzione se non fossero finanziate dai quattrini dello Stato. La grande musica classica di cui andiamo orgogliosi (Muti, Abbado, Chailly & C), l’opera, il jazz, l’arte, in molti casi anche la letteratura e la poesia, sarebbero ridotte al lumicino, se fosse solo per l’intervento del “mercato”, cioè dei privati. Che cosa fa credere a Baricco che dare più soldi alla tv (e alla scuola, ok) farebbe esplodere un mercato della cultura che non esiste?
4. Pensiamo anche per un attimo, se non è troppo, al concreto momento storico in cui viviamo. In Italia si parla, e con qualche ragione, di Raiset, per sottolineare la crescente omologazione di stili, interessi e anche personaggi tra la tv pubblica e quella privata. Lasciamo pure perdere il fatto che questa omologazione avviene nel segno di un controllore unico (proprietario di Mediaset e primo ministro): non chiamiamolo Silvio Berlusconi, facciamo finta che sia Mario Rossi o Fulvio Scaglione, la cosa resta preoccupante. Pensiamo, però, anche all’aspetto culturale: in questa omologazione, è la tv pubblica (che di per sé dovrebbe investire di più in cultura) a imitare quella privata (che ha interessi dichiaratamente commerciali), non il contrario. Sottolineo che la tv commerciale è anche tv privata, cioè manifestazione di quel “mercato” che secondo Baricco sarebbe pronto a intervenire per sostenere la cultura. Peccato, davvero peccato, che i famosi privati tra il sostegno alla cultura e il sostegno ai propri bilanci scelgano, legittimamente, la seconda ipotesi.

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2 Responses to PIU’ SOLDI ALLA TV PER SALVARE LA CULTURA, LA RIVOLUZIONE SECONDO BARICCO

  1. mardi

    5 March 2009 at 12:31

    Non ho letto l’articolo di Baricco, ma tutto sommato ritengo che indurre la TV di Stato a produrre qualche programma culturale infischiandosene dell’auditel e senza assimilarsi a quella privata non sarebbe male. Parte dei fondi raccolti dovrebbe essere vincolata a dei progetti di spessore (che non si traducano necessariamente in noiose e soporifere prestidigitazioni intellettuali, si puo’ fare cultura in tanti modi)

  2. Fulvio Scaglione

    5 March 2009 at 15:54

    Cara Mardi,
    ammetto di nutrire una profonda diffidenza nei confronti della tv. E, soprattutto, ritengo non casuale ciò che ne è stato fatto. La tv cui tu alludi, quella dei programmi di spessore culturale, c’era già. Sono abbastanza maturo da ricordare i famosi sceneggiati (“La cittadella” da Cronin, “I fratelli Karamazov” da Dostoevskij), le opere teatrali, se vuoi anche gli spettacoli “leggeri” dove però si esibivano in diretta attori del calibro di Tognazzi o Gassman. C’era, appunto, e non c’è più. In altre parole: non mi fido. E non vedo perché, per tornare più direttamente a Baricco, il “mercato” dovrebbe di colpo innamorarsi della cultura se non l’ha fatto finora.
    Sono già diventato un vecchio barbogio?
    Ciao, a presto

    Fulvio

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