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FOTOSTORIA: A GAZA LE VITE DEI “MARTIRI” FINISCONO IN POSTER

Girando qua e là per lavoro mi capita di fare fotografie. Hanno solo due qualità: sono vere, naturali, senza effetti speciali, nemmeno quelli che gioverebbero. E sono, per me, piene di ricordi ed emozioni. Ho deciso di usarne alcune, anche per dare un po’ di colore a questo blog finora così scritto.

facce dei martiri shahid

Ahmed posa con orgoglio, davanti alle macerie della casa in cui viveva con la famiglia, con un poster nuovo di zecca: le facce dei “martiri” (gli shahid) più illustri della Striscia di Gaza. Sono brutte foto di vite spese male, facce di giovani irrigidite in pose che dovrebbero essere guerresche e alla fine sono quasi solo grottesche. Il poster di Ahmed è tristemente simile a quello che fotografai a suo tempo in Iraq, il “mazzo di carte” con le facce degli uomini di Saddam Hussein più ricercati dagli americani. Ma là, a Baghdad, le facce erano quelle di vecchi sgherri che avevano passato una vita a tormentare il proprio popolo; qui, a Gaza, le facce sono quasi sempre di giovani tra venti e trent’anni. Ancor più giovani quelli come Ahmed che ne subiscono il fascino.

 

poster shahid

Questa è una versione “mega” del poster di Ahmed. L’ho fotografata in un sobborgo di Gaza City, sotto gli occhi di un gruppetto di uomini che giocavano a carte, lontani mille miglia dalla battaglia e dall’idea del martirio. Ma Gaza è difficile da leggere. Sono entrato in molte case, accolto con cortesia e dal solito caffè o tè, per scoprire attaccata al muro l’immagine del martire di famiglia ch’era andato a farsi sparare dagli israeliani. E quindi: che discorsi si facevano in quelle case, una volta uscito lo straniero? Oppure: che cosa può spingere tanta gente a imbracciare un fucile per uccidere o essere uccisa?

 

Yusuf e Adel gestiscono un baracchino Pepsi Cola a Gaza

Questi due ragazzi, Yusuf e Adel, sono cugini e gestiscono insieme un baracchino con qualche merendina e tanta Pepsi Cola che a Gaza abbonda, poiché nella Striscia c’è un piccola fabbrica che la produce. Anche sulla lamiera del baracchino ci sono le immaginette di due “martiri”: uno, quello che s’intravvede a sinistra, è uno dei fratelli di Yusuf, morto nei bombardamenti ma per caso; l’altro, quello di destra, è un terzo cugino, morto invece combattendo. Molte di queste dichiarazioni lasciano perplessi. Ho avuto l’impressione che ci fosse un qualche criterio nelle patenti di “innocenza” (l’hanno ucciso ma non faceva niente) e di “colpevolezza” (l’ammissione più o meno orgogliosa che il morto era un combattente), ma onestamente non sono riuscito a capirlo. Dicono che Gaza sia piena di spie dei servizi segreti di Israele e forse questo spiega qualcosa: chi è già compromesso fa il guerriero, chi non lo è diventa un passante.

 

due Shahid all’ospedale Shefa (Rifugio) di Gaza City

Altri due shahid che, come si vede, si erano preparati già da vivi l’immagine che volevano dare di sé da morti. E’ una brutta fotografia ma l’ho tenuta in memoria del posto in cui l’ho scattata: sull’architrave del laboratorio di radiologia dell’ospedale Shefa (Rifugio) di Gaza City. Una specie di memento, insomma, non so quanto gradito ai ricoverati, molti finiti lì proprio in nome della lotta armata così cara ai miliziani di Hamas. (fine)

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