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POLITKOVSKAJA, EPILOGO PERFETTO DI UN DRAMMA NON POLITICO MA SOCIALE

E quindi, liberi tutti. Assolti ieri i due fratelli ceceni Ibrahim e Dzhabrail Makhmudov e l’ex dirigente della polizia di Mosca Sergej Khadzhikurbanov, che hanno lasciato il tribunale minacciando querele e cause per danni. Assolto ancor prima Sergej Rjaguzov, ex colonnello dell’Fsb (i servizi segreti interni), accusato di estorsione e abuso d’ufficio. Scomparso nel nulla il terzo dei fratelli Makhmudov, Rustam, fuggito con un passaporto falso. Ai parenti, agli amici e ai tanti estimatori di Anna Politkovskaja, la giornalista assassinata a Mosca nel 2006, resta solo la certezza che, ancora una volta, ingiustizia è fatta.

      Fin dai primi commenti alla sentenza è ripartito, però, un tam tam mediatico che rischia di confondere i contorni della Politkovskaja, sminuire i suoi meriti e rendere sempre meno comprensibile la situazione della Russia. Si dice, oggi come ieri, che la sua eliminazione fu progettata in altissimo loco, addirittura al Cremlino. Si punta il dito su Vladimir Putin e sull’insopprimibile fastidio che l’allora Presidente avrebbe provato per l’instancabile opera di denuncia che la Politkovskaja svolgeva intorno alle vicende cruente della Cecenia.

      Questa, però, è un’interpretazione ingenua, romanzesca. Posso citare quanto mi disse Aleksandr Politkovskij, il marito, che intervistai a Mosca: “Putin non c’entra e nemmeno Kadyrov (il Presidente filorusso della Repubblica cecena, n.d.r)”. Sullo sfondo di questa convinzione, una realtà assai poco romantica: la Politkovskaja scriveva per Novaja Gazeta, un bisettimanale di modesta tiratura, diffuso soprattutto nei ristretti ambienti intellettuali e progressisti di Mosca e San Pietroburgo. Non era in grado di influenzare l’opinione pubblica russa (che infatti è sempre stata favorevole alla guerra in Cecenia) e neanche di perforare il muro di informazione filo-governativa che Putin aveva nel frattempo eretto, facendo comprare i media più importanti da alleati di fiducia, come per esempio la compagnia televisiva Ntv rilevata da Gazprom, il monopolio statale del gas.
In altre parole: le denunce della Politkovskaja al Cremlino davano in concreto poco fastidio. E d’altra parte quando fu assassinata, nel 2006, era la giornalista numero 211 a perdere la vita in modo violento dal 1992, non certo la prima.

      Provo a rileggere, alla luce della sentenza di ieri, quanto mi disse il marito Aleksandr: “Le ipotesi più credibili riguardo alla sua morte, secondo me sono due. Sono stati dei militari che lei aveva denunciato per le violenze in Cecenia: molti credevano di ottenere gloria e medaglie con quello che facevano, invece si sono trovati in carcere o in congedo. Più facile per loro prendersela con Anna che con chi li  aveva mandati allo sbaraglio in una guerra sbagliata. Oppure sono stati i nemici di Putin, che hanno voluto “avvertirlo”. Dopo tutto, l’omicidio è avvenuto nel giorno del compleanno di Putin…”.

      Quello che molti dimenticano è che la Politkovskaja scrisse per anni di Cecenia senza essere toccata. Fu assassinata, invece, quando da poco aveva cominciato a interessarsi di un tema assai più banale e micidiale: i soldi. Indagava sulla corruzione degli alti comandi, sulla traffico di armi e attrezzature che finivano poi in mano ai ribelli ceceni, sulla sparizione dei miliardi che da Mosca partivano per la ricostruzione e poi finivano chissà dove, chissà a chi. Più che della Cecenia o del Cremlino, dunque, la Politkovskaja fu vittima della sua sete di giustizia, di quella giustizia così difficile da ottenere nella Russia di oggi. La stessa che cercano i commercianti costretti a pagare il pizzo, gli industriali taglieggiati dalla mafia, i poliziotti onesti emarginati o eliminati. Anche dai loro processi spariscono prove importanti o documenti che potrebbero risultare decisivi, anche nelle loro udienze i giurati paiono spesso timidi o reticenti. E in questo senso la vicenda della Politkovskaja risulta ancor più drammatica ed emblematica del mito della giornalista odiata dal Cremlino.

Pubblicato sull’Eco di Bergamo del 20 febbraio 2009   http://www.eco.bg.it

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