Volo Alitalia Az 804 Milano – Tel Aviv: 14 passeggeri. Volo di ritorno Alitalia Az 805 Tel Aviv – Milano: 19 passeggeri. Questa volta, però, l’Alitalia non c’entra, la penuria di viaggiatori verso Israele è dovuta alla guerra di Gaza. Può sembrare cinico affrontare un capitolo così cruento di una crisi così lunga dal punto di vista del vil denaro, ma le strade di Gerusalemme deserte di pellegrini e di turisti fanno pensare anche al tremendo spreco di risorse che la mancanza di pace provoca. Spreco che a sua volta produce ulteriori tensioni, in una spirale che nessuno riesce a interrompere.
Proprio per questo ho trovato particolarmente interessante il lavoro che un gruppo di 50 esperti ha condotto per lo Strategic Foresight Group (http://www.strategicforesight.com), un centro di ricerca diretto dall’indiano Sundeep Waslekar. Frutto della ricerca è un corposo (173 pagine) rapporto intitolato Cost of Conflict in the Middle East (Il costo del conflitto in Medio Oriente), che porta appunto l’attenzione sulla devastazione delle economie locali a causa del perenne stato di guerra.
Non è il caso di fare gli snob, perché è abbastanza evidente che i popoli che stanno male, vivono in povertà o nella paura del futuro sono anche più inclini a praticare la violenza. Avere la pancia piena e la mente sgombra sarà poco romantico ma produce anche conseguenze positive. Ed è in effetti agghiacciante pensare, per esempio, che negli ultimi vent’anni l’economia palestinese e quella israeliana avrebbero potuto crescere dell’8% l’anno se non ci fossero state le guerre e gli scontri che sappiamo. Messo in termini di Prodotto interno lordo (Pil) la questione può sembrare fredda e accademica. Ma pensiamo a questo: nel 1998 la percentuale di palestinesi che vivevano sotto la soglia della povertà era del 23%, nel 2005 era già del 35%. E a questo: secondo un sondaggio svolto per la compilazione e del rapporto, il 91% degli israeliani ha ammesso di sentirsi insicuro a causa degli attentati. Molto giustamente (e, se vogliamo, con banale buon senso), il direttore Waslekar si è chiesto: “Come si può avere una società ordinata e produttiva se il 91% della popolazione vive in stato di ansia perenne?”.
Gli autori del rapporto hanno anche tentato un calcolo globale, relativo all’intero Medio Oriente, ovvero i seguenti Paesi: Egitto, Iran, Iraq, Israele, Giordania, Kuwait, Libano, Palestina, Qatar, Arabia Saudita, Siria ed Emirati Arabi Uniti. Secondo loro, a causa delle guerre la regione ha perso, nel solo periodo 1991-2001, opportunità economiche del valore di 12 trilioni di dollari. La cifra in numeri si scrive così: 12.000.000.000.000. Vuol dire: 12 mila miliardi di dollari. E la perdita, come abbiamo visto, riguarda sia i Paesi in un modo o nell’altro investiti dalle guerre sia quelli che sono rimasti a guardare come la Giordania o l’Arabia Saudita o il Qatar. Quello messo peggio, comprensibilmente, è l’Iraq (2.265 miliardi di dollari persi contro un Pil di 59 miliardi) ma anche l’Iran non scherza (2.135 miliardi persi contro 306 prodotti), per non dire di Israele (1.059 contro 170) o dell’Arabia Saudita (4.511 contro 442). Se poi pensiamo a tutte le risorse umane bruciate in questo calderone, le vite stroncate, i bambini che non sono andati a scuola o sono morti per malattie curabilissime, le donne che non hanno potuto migliorare la propria condizione, capiamo che la perdita è stata colossale e non recuperabile.
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