Forse solo uno che si è occupato di problemi planetari alla Banca mondiale (1985-1995) e al Fondo monetario internazionale (1996-2001) poteva ritrovarsi a gestire uno Stato che non c’è. Salam Fayyad è dal 2007 primo ministro dell’Autorità palestinese. Dicono che abbia messo un argine ai mille rivoli che dissetavano, in dollari, la burocrazia di qui. Intanto, mi riceve con puntualità svizzera, in un ufficio dall’ordine teutonico. Gaza sembra lontana ed è invece vicinissima.
– Signor Primo ministro, che cosa c’è nei suoi pensieri in queste settimane?
«Tristezza. Il numero dei morti e l’ampiezza delle distruzioni sono senza precedenti, il mondo intero se n’è reso conto. Con il passare dei giorni, però, dietro lo shock si affaccia un pensiero più inquietante: che sarà dei sopravvissuti? E i giovani, come reagiranno? Credo che i fatti di Gaza resteranno a lungo impressi nelle loro menti, e non senza conseguenze. È una grande preoccupazione per il futuro».
– Le proteste, le trattative, l’inviato di Obama che viene e va, gli aiuti per la Striscia di Gaza. Riesce ancora a governare?
«Certo che sì. Alcune cose sono troppo importanti, meritano comunque la precedenza: un maggiore coinvolgimento degli Usa, per esempio, è da ricercare con forza. Ma c’è molto più di questo nel mio lavoro. L’anno scorso ho convocato un convegno mondiale di imprenditori, per stimolare le attività economiche in Palestina. Lo slogan era: “C’è un party a Betlemme, siete tutti invitati”. Molti qui mugugnavano: “Ma come, c’è l’occupazione, il Muro, e tu parli di party…”. Però nella serata finale 1.300 persone mangiavano insieme, davanti alla basilica della Natività, allegre e serene».
– Sospetto che ci sia una morale…
«Eccola: risorgiamo dalle ceneri. Come possiamo superare una crisi come quella di Gaza se non trasformiamo tristezza e rabbia in energia e speranza? Non metteremo fine all’occupazione da parte di Israele sentendoci miserabili. E non arriveremo mai a uno Stato autonomo, che viva in pace con tutti i vicini, Israele incluso, inserito nella comunità mondiale, tollerante, aperto, se non crediamo nelle nostre possibilità».
– Una bella serata in piazza, però, non fa uno Stato…
«Ovvio. Lì c’era il simbolo. Nella realtà quotidiana bisogna scegliere la concretezza al posto dei discorsi o, peggio, delle avventure. Bisogna cambiare le cose sul terreno, in senso letterale: la prima condizione per far finire l’occupazione è che la nostra gente resti sulla terra, e per farla restare devi aiutarla a vivere meglio. Un Governo onesto, ospedali, linee elettriche, asili, scuole, ecco le cose che ci daranno un futuro».
– Ancor più frustrante, quindi, vedere le macerie di Gaza. Là, inoltre, gli uomini fedeli al presidente Abu Mazen e al suo Governo se la stanno vedendo brutta...
«È pazzesco. Ma c’è una lezione anche qui. Il nostro compito è fare l’opposto di ciò che ci ha portati a tutto questo. Distruggono? E noi ricostruiamo. Sparano? Rinunciamo alla violenza. Non si parlano? Parliamo con tutti. Solo così arriveremo a far capire che il problema è l’occupazione israeliana, punto. E non “l’occupazione israeliana, ma…”».
– Nella crisi di Gaza, però, ci sono alcuni dati certi. Uno è che c’era una tregua e Hamas l’ha denunciata, sparando poi centinaia di missili...
«La violenza di Hamas contro Israele è inaccettabile e ingiustificabile. In più, l’ho detto prima e lo ripeto, i palestinesi otterranno il loro scopo solo se i metodi saranno non violenti. Proprio per questo, però, dico che la reazione sproporzionata di Israele non solo non risolve il problema ma lo aggrava. Guardiamo a quel che è successo finora. Da anni un milione e mezzo di palestinesi vive a Gaza come in una prigione. Questo ha forse contribuito a ridurre la violenza? No, la strategia israeliana ha provocato ancor più rabbia. E ha dato ai palestinesi di Gaza la sensazione di non aver nulla da perdere. Bisogna fare l’opposto: dare alla gente qualcosa da perdere per spingerla a scegliere la pace».
- Dal 2007 l’Autorità palestinese ha perso il controllo di Gaza. Una fetta non piccola del budget del suo Governo, però, va ancora alla Striscia…
«Là c’è la nostra gente. Hamas passerà, loro restano e noi dobbiamo aiutarli. Per questo ogni mese spendiamo a Gaza 120 milioni di dollari».
– È sicuro che tutti questi soldi non finiscano a Hamas?
«Abbiamo dei meccanismi di garanzia. Uno è far gestire gli interventi a organizzazioni di fiducia. E poi la Striscia ha esigenze particolari; per esempio, il 65 per cento dell’elettricità le arriva da Israele, il 25 dall’Egitto e solo il 10 è prodotto lì. Noi paghiamo i fornitori».
– Ancora l’estate scorsa molti pensavano che un accordo con Israele fosse possibile. Ormai tutto è cambiato, però le: si era davvero vicini?
«Devo deluderla. No, non ho mai pensato che fossimo vicini a un accordo. Il Governo uscente di Israele ha fatto molti bei discorsi diplomatici ma, come le dicevo, a me interessa ciò che avviene sul terreno. E lì ci sono stati più insediamenti e più posti di blocco, a dispetto di quanto era stato stabilito e poi ribadito ad Annapolis. Il problema è che la pace si fa solo tra uguali. E noi questa uguale dignità dobbiamo ancora vedercela riconosciuta».
Pubblicato su Famiglia Cristiana numero 6 – 2009 http://www.famigliacristiana.it
fabio cangiotti
12 February 2009 at 21:02
Non ci sarà Stato palestinese finchè Hamas avrà potere. Inutile girarci intorno. L’indurimento di Israele (Muro, omicidi mirati, guerra a Gaza, posti blocco, ecc.) nasce da lì ed è piuttosto giustificato dal terrorismo suicidario in nome di Allah, che metterebbe in ginocchio qualsiasi Stato.
Tutto il resto è molto ben detto e raccontato.
Fulvio Scaglione
13 February 2009 at 11:24
Car Fabio,
mi piacerebbe che fosse così e tendo a credere che sia così. Speriamo in ogni caso che sia così. Io ho meno certezze di te in proposito, ma ho poche certezze anche sulle mie poche certezze, quindi… Di una cosa sono sicuro: il mezzo militare, da una parte e dall’altra, è ormai completamente superato. Che a Gaza (dico Gaza solo perché è l’ultima crisi)i morti siano stati 1.300 o 1.000 o 500, dal punto di vista politico poco importa: sia Hamas sia Israele hanno ottenuto poco o nulla (più nulla che poco, secondo me), a parte ovviamente far morire un po’ di gente. Serve più coraggio e fantasia politica, ma mi pare che si vada invece verso politiche sempre più ottuse e sempre meno fantasiose.
Il dramma nel dramma, per come la vedo io, è questo: in Israele e Palestina la gente muore per niente. Da anni, ormai, questo conflitto ha un valore quasi solo simbolico (Occidente contro mondo arabo, palestinesi contro israeliani, islam contro tutti, ecc. ecc.) ma pesa assai poco sui veri e decisivi equilibrii strategici internazionali.
Ciao, a presto
Fulvio