Diamo i numeri
118: attivisti politici UCCISI DA ESTREMISTI ISLAMICI in Pakistan durante le campagna elettorale.
Ultimo cinguettio
Sì ai droni, sì a Guantanamo. Parla #Obama, il premio Nobel per la pace.
Di padre Manuel Musallam, da 15 anni parroco a Gaza, e della sua missione tra i musulmani non importava niente a nessuno prima della guerra. I combattimenti hanno fatto di lui la persona più intervistata, procurandogli la nomea di “estremista”, come se un palestinese quale lui è, in quelle condizioni, potesse avere la beata serenità pontificante dei nostri accademici.
Detto questo, nemmeno io condivido molte sue posizioni (si veda l’intervista che mi ha concesso, www.famigliacristiana.it). Penso però che valga sempre la pena di ascoltarlo, cosa che ho fatto per un paio d’ore nella scuola della Sacra Famiglia, da lui fondata e diretta, appunto in quel di Gaza City. Mi ha fatto riflettere la sua convinzione che “la guerra non ha fatto che rafforzare Hamas, il suo consenso è raddoppiato e non c’è dubbio che ora rappresenti i palestinesi assai più di Al Fatah”. Girando per Gaza ho ascoltato un sacco di mugugni su Hamas e la sua condotta, quindi ho rimuginato sulle riflessioni di padre Manuel con un pizzico di scetticismo.
Poi, però, sono successe alcune cose. Intanto mi sono accorto che le critiche ad Hamas erano critiche “da cucina”. Cioè serie, motivate, ragionevoli, credibili, ma svolte sempre in cucina, in gruppetti di amici, prendendo il tè, mai per strada o in compagnie troppo ampie per essere controllate e affidabili, proprio come avveniva a Mosca ai tempi dell’Unione Sovietica. Segno evidente che nessuno, qui, è convinto che Hamas stia per perdere la presa sul potere. Certo, alla fine anche il Pcus è sparito e l’Urss con lui, ma nel frattempo…
Poi sono arrivati i risultati di un sondaggio realizzato dal Jerusalem Media and Communications Center (www.jmcc.org), che dimostrano come il consenso per Hamas per la prima volta, proprio dopo questa guerra, abbia superato quello per Al Fatah anche in Cisgiordania, nel regno di Abu Mazen. Se si andasse a votare, hanno detto i palestinesi di quell’area, il 28,6% di loro sceglierebbe Hamas e il 27,9% Fatah. Considerato che in Cisgiordania parteggiare per Hamas è cosa non priva di rischi e di minacce, sia da parte di Al Fatah sia da parte di Israele, è persino possibile che i dati siano sottostimati.
Infine è arrivato un lungo articolo di Avi Issacharoff, uno degli analisti politici israeliani che preferisco, con questi ragionamenti: “Si ha l’impressione che Israele non abbia ancora abbandonato la convinzione che una forte pressione economica sulla popolazione di Gaza possa indurla a liberarsi di Hamas. Finora, questo approccio ha sortito l’effetto opposto… Al momento, la sensazione è che il blocco di Gaza e la chiusura delle frontiere stiano rafforzando Hamas e non indebolendolo”.
Il che, per concludere, ci riporta al punto in cui eravamo il 27 dicembre, quando Israele decise di reagire ai razzi criminali di Hamas e lanciò l’Operazione Piombo Fuso. Qual era l’obiettivo politico? E’ stato raggiunto? Alla seconda domanda non possiamo rispondere perché non sappiamo rispondere alla prima. L’obiettivo era mettere fine ai lanci di missili? Hamas ha dimostrato di poter continuare. Ripristinare la “capacità di deterrenza” dell’esercito di Israele? Ma non era mai venuta meno. Minare il consenso di Hamas infliggendo una dura lezione ai palestinesi di Gaza? Il consenso di Hamas cresce.
I politici israeliani sono stati molto vaghi in proposito, e non a caso. Credo che avessero un’unica cosa chiara in mente: non potevano tollerare oltre che 700 mila dei loro concittadini del Sud del Paese vivessero sotto la costante minaccia dei razzi della Striscia. E sapevano che l’opinione pubblica non avrebbe perdonato ulteriori esitazioni. E’ molto, ma non basta a fare una politica. Non basta a dettare una strada per il prossimo futuro, quando gli ebrei saranno un solo terzo della popolazione della regione. Non basta a frenare il progressivo scivolamento a destra del quadro politico israeliano, con la promessa di tensioni crescenti tra la maggioranza ebraica (70%) e la minoranza islamica (22%) nello Stato ebraico.
Per il momento ci sono due vittime certe di questa guerra: Abu Mazen e la credibilità dei palestinesi moderati della Cisgiordania. Il mandato presidenziale di Abu Mazen è scaduto ma con l’aria che tira l’ultima cosa che può fare è convocare un’elezione. Tutto questo, se non avviene per caso (cosa non impossibile), può convenire a Israele in una sola ipotesi, quella sostenuta da molti palestinesi: che Israele non voglia affatto veder nascere uno Stato palestinese e quindi faccia di tutto per minarne le prospettive, anche a costo di dover affrontare uno stato di tensione permanente e una guerra ogni paio d’anni. Spero che non sia così e alla fine credo che non sia così. Ma non ho moltissimi argomenti da offrire a chi la pensa in modo opposto.
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