Una delle mie figlie fu portata in gita scolastica a Vienna quand’era allieva di un liceo dove si studiava l’inglese e il francese ma non il tedesco. Avanzo quindi, qui, una proposta che parrà certo retorica ma che sarebbe interessante per i ragazzi: gite scolastiche al Valico di Erez, in Israele.
E’ l’unico punto di confine tra Israele e la Striscia di Gaza ed è chiuso da quando Hamas ha preso il potere tra i palestinesi, 19 mesi fa. Se riusciamo per un attimo a dimenticare i contendenti, Israele e Hamas, provo a spiegare meglio il senso dell’eventuale gita.
A Erez si arriva per una bella autostrada ampia e spaziosa che sfiora Ashqelon e altri ordinati centri abitati. Autogrill, fabbrichette, campi coltivati. Al Valico c’è abbondanza di agenti della sicurezza, com’è ovvio. Ma escluso quelli, uno potrebbe pensare di trovarsi a Fiumicino o alla Malpensa: vetro, acciaio, poltroncine, computer, radio ricetrasmittenti, gabbiotti trasparenti per la “dogana”, tutto che funziona. All’ingresso, non a caso, campeggia sull’edificio la scritta “terminal”, come in un aeroporto vero.
Passata la procedura di controllo sul lato israeliano, lo scenario cambia. A Gaza si entra dopo aver superato due massicci tornelli a senso unico, assai più alti di una persona, e attraversato una porta di ferro spessa quattro dita, comunque aperta a distanza dalla sicurezza israeliana. Dall’altro lato del muro (che circonda Gaza laddove la Striscia confina con Israele) ci si trova in un lungo corridoio metallico, di fatto una gabbia lunga 400-500 metri, sorvegliata dalle telecamere. In cielo, peraltro, flotta quasi sempre un pallone aerostatico che rimanda una visione generale dell’area.
Finito questo, comincia la Striscia vera e propria. E cominciano le macerie. Non nel senso delle distruzioni della guerra (non qui, comunque) , ma nel senso di un paesaggio devastato e orribile, degno preludio a ciò che si vedrà più avanti. Gaza può essere definita un ghetto, visto che in essa si accumula un solo popolo; una prigione, visto che i suoi abitanti non possono uscire di propria volontà; uno zoo, perché alla fin fine somiglia agli spazi per belve feroci dei giardini zoologici.
A me, invece, ha fatto venire in mente quegli action movie da buon prezzo in cui si ipotizza il mondo dopo la bomba o dopo il collasso ambientale, quelli dove i soggetti pericolosi vengono chiusi da qualche parte e poi li si lascia a scannarsi tra loro. Roba tipo L’isola, per chi l’ha visto. Sul lato palestinese non ti vengono incontro i doganieri ma i portabagagli: da lì al controllo vero e proprio, infatti, c’è un chilometro di terra sabbiosa, piatta e devastata, decorata da detriti di ogni sorta.
Fatta la camminata, si arriva alla stazione dei taxi, ovvero sei o sette blocchi di cemento, una piazzola e una pozzanghera. Sul lato palestinese lavora un preciso gruppo di autisti, frutto di un tacito accordo tra le parti. Vai via di lì verso Gaza City (e torni qui da Gaza City) solo su mezzi delle varie organizzazioni umanitarie (tutte con bandiere o grossi simboli sulle carrozzerie) o su questi taxi gialli, ben riconoscibili anche da lontano.
Lì, comunque, trovi il primo tratto gentile. E’ Ahmed, un ragazzo su vent’anni che gestisce un baracchino di bevande e dolcetti. Arrivi e lui ti offre il tè o il caffè, gratis, solo perché sei lì. Nel baracchino sono appese due foto di ragazzi come lui: uno “martire” (cioè combattente) l’altro solo sfigato, entrambi morti durante questa guerra.
La “dogana” palestinese è un signore che segna su un pezzo di carta (non un foglio, un pezzo di foglio) il numero del tuo passaporto. Al ritorno, cioè al momento di uscire, allo stesso posto di blocco non c’era nessuno. Tutto intorno case abbattute o anche solo accasciate per incuria e abbandono. Due uomini dall’incerta divisa giocano a dama con una scacchiera disegnata col gesso sul cemento e con pietre bianche e nere per pedine. Altri vanno su e giù nella polvere stando seduti su sedie a rotelle che servirebbero altrove.
Penso che alle mie figlie, ormai non più in età da liceo, farebbe bene vedere con i propri occhi che tra il mondo che conoscono loro e il mondo infernale che conoscono milioni e milioni di loro coetanei possono esserci anche solo poche centinaia di metri. Un po’ per apprezzare la fortuna di essere nate sul lato giusto del muro e un po’ anche per capire che ci sono molte cose che loro non vedono ma che drammaticamente esistono e finiscono per influenzare la vita di tutti, la loro compresa. Vorrei anche che si rendessero conto che viviamo in un mondo dorato ma crudele, dove le cose sono facili ma i sentimenti difficili. A Gaza funzionano benissimo i telefonini ma due popoli che vivono l’uno accanto all’altro non possono parlarsi, incontrarsi, stringersi la mano. Mi piacerebbe, infine, che si sentissero non in debito perché non hanno colpa alcuna, ma un pochino responsabili sì. Certo, non spetta a loro risolvere i problemi degli israeliani o dei palestinesi. Ma sapere che esistono e soprattutto che si risolvono in una vita infernale per molti giovani come loro, ecco, sarebbe già qualcosa.
Andrea
8 February 2009 at 10:27
grazie fulvio di questo tuo bel reportage
sono d’accordo con te. una gita a erez è importantissima.
io ci sono stato in questi giorni e vedere con in proprio occhi, sentire nel proprio cuore, trasmettere qualche parola agli amici in italia è importantissimo.
con stima
andrea
Fulvio Scaglione
8 February 2009 at 10:51
Caro Andrea,
grazie a te. E grazie soprattutto per aver detto una cosa che a me preme molto: fatte le analisi politiche, discusso delle idee, stabilito in misura ipotetica chi ha torto e chi ragione, resta e deve restare un po’ di cuore. Altrimenti anche tutto il resto sfuma.
Ciao, a presto
Fulvio