Non so quanto trapeli sui giornali italiani della polemica che oppone l’Ufficio Stampa del Governo di Israele (detto Gpo) ai corrispondenti stranieri. Il Gpo (http://www.pmo.gov.il) è il punto di riferimento della stampa estera: rilascia un accredito ufficiale che agevola il lavoro soprattutto per ciò che coinvolge i rapporti “istituzionali”. Per dirne una: non si entra a Gaza se non si può esibire l’accredito ai posti di blocco dell’esercito di Israele. Allo stesso modo non si entra nel Parlamento, la Knesseth. Niente di strano, succede quasi ovunque nel mondo.
Detto questo, ecco che cosa accade adesso. L’Associazione dei Corrispondenti Stranieri ha denunciato il Gpo presso l’Alta Corte di Giustizia, ritenendolo colpevole di avere imposto un vero e proprio divieto all’ingresso dei giornalisti a Gaza durante il conflitto. Daniel Seaman, direttore del Gpo, non l’ha presa bene e ha reagito negando tutto, accusando i giornalisti stranieri di essere “bambini viziati”, di “prendere per buona qualunque cosa venga loro raccontata senza fare alcuna verifica” e poi, più banalmente, di essere “le foglie di fico di Hamas”.
Fin qui, la solita bega tra la stampa e un Governo. La cosa diventa interessante, però, se la si combina con un’altra notizia: Al Jazeera, la famosa tv satellitare del Qatar, durante la guerra ha avuto un vero boom negli Usa. Non con il satellite, però, ma con lo streaming via internet (http://english.aljazeera.net). L’audience di quel settore è aumentata del 600%, con quasi il 60% dei collegamenti generati da computer degli Stati Uniti. Mica male, no?
Teniamo presente che Al Jazeera ha sempre chiamato shahid (martiri) i civili morti a Gaza, un termine che nel mondo islamico fa suonare corde sensibili e inquietanti. La tv del Qatar è accusata da molti di essere più un organo di propaganda e agitazione politica che un organo di informazione. E di questo l’accusa per prima Al Arabiya, che non a caso è finanziata da capitali dell’Arabia Saudita.
Ma il punto vero è un altro: Al Jazeera ha trionfato negli ascolti perché, durante la battaglia, aveva inviati a Gaza che mostravano in abbondanza immagini di bambini e donne morti sotto i colpi degli aerei e dei tank israeliani. Con enfasi, con retorica, forse truccando anche un po’ i dati, ma mostrando qualcosa. Andando incontro, per dirla in altro modo, a una richiesta del pubblico (primo fra tutti quello americano) che vuole “vedere”. Tutto questo alla faccia delle immagini accuratamente sterilizzate che vediamo fin dai tempi della Guerra del Golfo, dei filmini da videogame che l’esercito israeliano ha distribuito su YouTube, dei giornalisti embedded e di tutto ciò ch’è stato inventato negli ultimi tempi per convincerci che in fondo la guerra non è quella schifezza che è.
Allo stesso tempo sarebbe opportuno riflettere sulle conseguenze della mera esistenza di una tv “altra”, che veicola in una vasta parte del mondo un pensiero opposto al nostro. In questo caso, i civili morti a Gaza non sono vittime del radicalismo e del cinismo di Hamas, che li ha usati come scudi, ma della crudeltà di Israele che li ha presi come bersagli. A me spiace molto che ad approfittarne sia una tv faziosa come Al Jazeera, ma bisognava immaginare che, dopo il pensiero unico, andasse in pezzi anche l’immagine unica, la nostra versione documentale dei fatti, sempre quella, incontestata. Che a farlo sia la tv di un Paese, il Qatar, che risulta alleato degli Usa, amico di Hamas e nemico di Israele; e che a seguirla siano per primi gli americani, aggiunge un tocco di surrealismo non del tutto disprezzabile.
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