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OBAMA, UN’OTTIMA OCCASIONE PER CHI SPERA MA NON PER CHI VUOLE ILLUDERSI

      Fino a pochissime ore dal giuramento, risultava difficile capire se quello di Barack Obama era l’insediamento di un Presidente, una messa cantata o un gigantesco scongiuro di massa. I fan di Obama (in pratica il mondo intero, esclusi i quattro neocon sopravvissuti al disastro) si dispiacciono nell’udire parole come queste. Ma non può sfuggire il crescendo con cui l’appuntamento politico era stato abilmente trasferito nel mondo dei sogni o, per essere più ottimisti, in quello degli ideali. Obama che va in treno da Filadelfia a Washington come Lincoln, Obama che scrive alle figlie come Kennedy, Obama che riscatta i neri come Martin Luther King. E i divi del cinema e del rock, le spese folli per la gran giornata (150 milioni di dollari, il giuramento più costoso di ogni tempo) in un Paese che ha prodotto 2 milioni di nuovi disoccupati in meno di un anno, i network tv che si facevano una guerra spietata per la diretta.
Il pianeta, nel frattempo, continuava indifferente la sua corsa. Russia e Ucraina litigavano per il gas e rischiavano di lasciare l’Europa al freddo, a Gaza morivano centinaia di civili nell’ennesima inutile guerra del Medio Oriente, la crisi economica scuoteva il mondo a cominciare dagli Stati Uniti.

Di tutto questo, ovviamente, Obama non ha colpa. Di tutto questo, però, da oggi deve occuparsi. E’ nostro interesse fargli i migliori auguri, ma anche infilare tra essi un modesto avvertimento: l’eccesso di entusiasmo e di messianismo può essere pericoloso anche per il leader più forte e avvertito. Le promesse più radicali della campagna elettorale sono state accantonate, com’era logico e giusto. La tassa sui redditi più alti? Più in là, forse. Gli sgravi fiscali per i lavoratori? Non adesso. Il ritiro delle truppe dall’Iraq? Ci sarà, ma non immediato. Il piano per il rilancio dell’economia? Avanti con quello di Bush, almeno per ora. Alcuni già parlano di speranze in parte deluse. Ingenui, perché la politica è anche questo, e ingenerosi, perché Obama non è ancora presidente. Rischiano però di moltiplicarsi, perché non c’è critico più impietoso del tifoso scontento né animale più vendicativo dell’amante tradito.
Il realismo, nei confronti del nuovo presidente Usa, più che una precauzione è un segno di rispetto, soprattutto da parte dei non americani. Obama eredita da Bush un Paese che rischia di andare in pezzi. La guerra in Iraq, per fare un unico esempio della sagacia della precedente amministrazione, costa circa 200 miliardi di dollari l’anno in spese dirette (più quelle indirette, tipo 30 miliardi per l’assistenza sanitaria e i sussidi di disoccupazione ai veterani), mentre ancora in dicembre Chris Dodd, presidente della commissione Finanze del Senato, stentava a trovare 15 miliardi di dollari per salvare dal collasso Chrysler,  Ford e General Motors.

Dovremo quindi accettare con pazienza il fatto che Obama avrà come priorità assoluta i problemi degli Usa e non i nostri. Non possiamo aspettarci che sia lui, nell’immediato, a mettere pace tra israeliani e palestinesi, risollevare l’Africa, acquietare l’Europa, placare la Russia, regolare la Cina e il commercio mondiale, stabilizzare il prezzo del petrolio. Avrà, per sua sfortuna, moltissime cose da fare su un fronte interno dove la produttività industriale è in calo, rispetto a fine 2007, del 7% e dove il tema del lavoro, del puro e semplice lavoro, è ormai cruciale. In altre parole: Obama alla Casa Bianca è un’ottima occasione per prendere in mano il nostro destino di europei di fronte a un interlocutore più intelligente e sensibile. Non una buona scusa per affidarlo ad altri.

Pubblicato sull’Eco di Bergamo del 20 gennaio 2009  http://www.eco.bg.it

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One Response to OBAMA, UN’OTTIMA OCCASIONE PER CHI SPERA MA NON PER CHI VUOLE ILLUDERSI

  1. fabio cangiotti

    22 January 2009 at 18:45

    Molto sensato, stiamo con i piedi per terra e consideriamo che la politica è da sempre in qualche modo schiava dell’ambiguità, questa è la sua natura.
    Così potremo valutare Obama con un realismo che ci preserverà da qualche (inevitabile) delusione, e continuare a cullare la speranza di cambiamento che solo l’America (retorica a parte) è in grado di offrire in politica.

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