Per la seconda volta in tre anni, Russia e Ucraina si sono messe a litigare sul gas fino al punto di interrompere le forniture agli altri Paesi d’Europa. Colpisce, di questa bega internazionale, soprattutto un aspetto: proprio sul gas, Russia e Ucraina hanno tutto da guadagnare ad andare d’accordo e tutto da perdere nel continuare a discutere. Perché la Russia ha molto bisogno di vendere il gas all’Europa, soprattutto ora che il prezzo del petrolio è crollato sotto i 40 dollari, e per farlo non ha che i gasdotti che attraversano il suo suscettibile vicino. L’Ucraina, a sua volta, dipende dalla Russia per il 90% del proprio fabbisogno energetico oltre che per il 25% dell’interscambio commerciale, dunque non può proprio permettersi uno scontro con il Cremlino.
Ci sono ragioni “tecniche” se poi questi due grandi Paesi litigano come piccole comari. Per esempio i soldi: Mosca paga il diritto di passaggio vendendo a Kiev il gas a un prezzo di assoluto favore, meno della metà di quello (480 dollari ogni mille metri cubi) che applica a Italia, Germania, Turchia e così via. Ma la sensazione è che le classi politiche di Russia e Ucraina incontrino tuttora qualche difficoltà nell’orientarsi in un mondo che non manca di difetti ma di certo è ormai completamente desovietizzato. La Russia sembra fin troppo incline a considerarsi l’erede della sfera d’influenza dell’Urss, come se non realizzasse che nel mondo plurale d’oggi non esistono pasti gratis e, tantomeno, eredità automatiche. Grossa e potente com’è, deve comunque rispettare le leggi del mercato politico: l’influenza te la devi guadagnare, nessuno ti regala nulla, ci sono tanti piccoli Paesi (pensiamo all’Iran o al Venezuela) capaci di sfruttare posizioni strategiche o risorse essenziali per render la vita dura anche ai colossi. I ricordi del passato, e magari qualche legittima frustrazione accumulata nel passaggio tra ieri e oggi, rischiano di essere pessimi consiglieri.
Uno strano disagio a cui non sfuggono, però, nemmeno i Paesi a suo tempo felicemente usciti dall’influenza sovietica e da anni avviati sulla strada di uno sviluppo autonomo. L’Ucraina è un caso tipico: 1.600 chilometri di confine con la Russia, 20% della popolazione russofona e una ricorrente inclinazione a varare politiche così anti-russe da risultare, insieme, disastrose e patetiche. E della Georgia, che dire? Lì si è addirittura arrivati alla guerra, anche se la realtà degli equilibrii regionali (i problemi del Caucaso mettono i brividi a Mosca ma potrebbero travolgere Tbilisi) e internazionali (nessuno, nemmeno il Cremlino, può mettere in pericolo l’oleodotto che passa per la Georgia, strategico per gli Usa) indica con evidenza che i due Paesi sono condannati a sopportarsi. Ancora: il linguaggio delle classi dirigenti della Polonia e della Repubblica Ceca, per non citare l’Estonia, pare a tratti uscire dritto dai tempi della Guerra Fredda. Parlano come se l’Armata Rossa stesse ammassando truppe ai confini. La vicenda dello scudo stellare, per come è stata gestita da Varsavia, ha dimostrato che non aveva torto Mosca nel sentirlo come un (inutile) affronto.
E’ difficile credere che per questa malattia ci sia altra medicina che il tempo e la diversa mentalità di nuove generazioni. Intanto potrebbe mettere una buona parola, se ne avesse la forza, quell’Unione Europea dove oggi convivono nazioni che per secoli si sono combattute. Proprio com’è successo nella lite per il gas.
Pubblicato su Avvenire del 13 gennaio 2009 http://www.avvenire.it
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