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VITTORIE MILITARI E SCONFITTE DEMOGRAFICHE, LA CONDANNA DI ISRAELE

      Per quanto risalto si dia a manifestazioni di piazza, preghiere collettive e bandiere bruciate, è chiaro ed evidente che l’unica opinione che in pratica conta, quella dei Governi, ha lasciato a Israele mano libera per liquidare Hamas. Una mobilitazione popolare assai più spontanea, massiccia e internazionale non riuscì a rinviare di un giorno la guerra in Iraq, come si può pensare che quella assai più ridotta di questi giorni possa fermare i bombardamenti su Gaza? L’iniziativa militare israeliana è l’unica cosa, in Italia, a godere di un vero appoggio bipartisan e il fior fiore delle firme si affanna a ridefinire il concetto di “guerra giusta” per farle comprendere anche la morte di qualche centinaio di bambini.

      Ed è stupefacente che nessuno si accorga che proprio ciò che viene spacciato per realismo politico e decisionismo intellettuale nasconde, al contrario, una preoccupante mancanza di realismo e di capacità decisionale. E’ ormai piuttosto chiaro che l’operazione Piombo fuso, lanciata dal trio Olmert-Barak-Livni, rischia di sancire non tanto (e comunque non solo) la fine militare di Hamas, che sarebbe in sé cosa buona e giusta, ma piuttosto la fine politica del regime moderato di Abu Mazen che controlla la Cisgiordania, e con essa la prospettiva dei due Stati autonomi e indipendenti, uno palestinese e uno ebraico. Con la Cisgiordania spezzettata dagli insediamenti e dal Muro (o Barriera di separazione) e Gaza ridotta a un’enclave  di disperati in balia degli estremisti, quali speranze vi sono che possa nascere uno Stato palestinese? Poche o nessuna. Ma se lo Stato palestinese non nasce, Israele dovrà farsi carico, per un futuro indeterminato, del controllo di tutta l’area della cosiddetta Palestina storica, con quel che ne consegue.

      I filo-israeliani nostrani, quasi tutti ex comunisti e sotto sotto ancora innamorati dello Stato forte, e i sionisti più miopi a questo punto pensano: peggio per i palestinesi. Errore. Sarà peggio per Israele, come aveva ben capito Ariel Sharon. I palestinesi, infatti, da sempre reagiscono a specchio alle iniziative di Israele: fu il sionismo a stimolare la formazione di un’identità nazionale palestinese; lo Stato ebraico a far nascere il sogno di uno Stato presso i palestinesi; il ritorno degli ebrei in Palestina a rendere imprescindibile quello dei palestinesi della diaspora. E così via. I palestinesi non hanno mai avuto uno Stato e possono continuare a non averlo. Sono sempre stati poveri e possono continuare a esserlo. Sono sempre stati sottomessi e possono continuare a esserlo.

      Difficile, al contrario, che Israele possa continuare a essere ciò che conosciamo senza la nascita di uno Stato palestinese. Già oggi, i cittadini arabi (cioè palestinesi) sono il 21% della popolazione di Israele e la percentuale cresce, perché il tasso di natalità degli ebrei è di 2,5 figli per coppia e quello dei palestinesi di 4,5 e l’immigrazione di ebrei in Israele è ormai praticamente ferma dalla grande ondata di arrivi dall’ex Urss negli anni Novanta. Nella Palestina storica (quella corrispondente al mandato esercitato dall’Inghilterra tra il 1922 e il 1947) vivono oggi circa 10 milioni di persone, di cui circa il 50% ebrei. Nel 2050, calcolano i demografi, la percentuale degli ebrei calerà al 35% e via via sempre più in basso. Facile immaginare che cosa vorrebbe dire, per uno Stato ebraico limitato nella crescita, dover continuare a gestire, in un modo o nell’altro, anche i Territori e Gaza.

      Ariel Sharon, assai ben consigliato, aveva capito una cosa: quanto più si avvera il sogno di Eretz Israel (Israele esteso dal Mediterraneo all’Eufrate) tanto più si avvicina la fine dello Stato ebraico e democratico, perché la diluizione degli ebrei nella massa musulmana (e anche cristiana, sia pur in piccola parte) metterebbe fine all’ebraicità dello Stato oppure costringerebbe lo Stato ebraico a trasformarsi in uno Stato di polizia pur di restare ebraico. Ecco perché Sharon, dopo aver passato tutta la vita a esaltare il pugno di ferro e a promuovere gli insediamenti, aveva affrontato una crisi politica senza precedenti pur di restituire Gaza ai palestinesi. Ed ecco perché il suo successore Ehud Olmert, se solo potesse, porterebbe tutti via anche dalla Cisgiordania.

      Il solo fallimento di Hamas come reale forza di governo a Gaza, il solo fatto che Hamas abbia ricominciato con gli attentati a base di missili, il solo fatto che Israele sia dovuto ricorrere all’esercito, rappresentano in prospettiva una sconfitta per Israele. Perché lo Stato ebraico, per le ragioni di cui sopra, deve ormai sbrigarsi a trovare qualcuno con cui fare la pace, per non condannarsi a un futuro di guerra permanente. E’ una realtà amara ma ineluttabile, scritta nei numeri. E non basta a cancellarla la foga con cui gli pseudo-amici di Israele retoricamente discettano intorno al diritto a sparare a più non posso contro Hamas. Avere il diritto di fare una cosa è un conto. Avere interesse e convenienza a farla spesso è tutt’altro conto.

 

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6 Responses to VITTORIE MILITARI E SCONFITTE DEMOGRAFICHE, LA CONDANNA DI ISRAELE

  1. fabio cangiotti

    12 January 2009 at 18:41

    Nel lungo periodo tutto giusto. Nell’immediato, non si capisce cosa potrebbe fare Israele contro nemici giurati dichiarati e sostenuti da Iran e Siria. Tu dici altrove:trattare con Hamas. Se la cosa fosse ufficiale, ciò significherebbe trattare la stessa legittimità della esistenza di Israele. Puoi invece pensare che non siano stati fatti passi sottobanco, se non altro per la vicenda Shalit? E se trattare con Hamas è dura per l’Egitto e per i palestinesi di Fatah, come sarà per Israele?

  2. Fulvio Scaglione

    12 January 2009 at 19:00

    Caro Fabio,
    intanto non stiamo parlando di “lungo periodo”, al massimo di medio. E comunque Sharon non ha aspettato a decidere in quel senso.
    Poi, come ho già detto: nel futuro prossimo di Israele c’è o la guerra permanente o la pace con qualcuno che oggi gli è nemico. E’ pieno il mondo di Paesi, gruppi e popoli che oggi vivono in pace (o quasi) dopo essersi promessa reciproca distruzione. Mi fa impressione, al contrario, la facilità con cui si compilano liste di proscrizione: gli Stati canaglia, i gruppi canaglia, con quello non si tratta, con quell’altro non si parla, questo non lo incontro. Se dai retta a Bernard-Levy nessuno è degno di noi. A me pare che la politica sia soprattutto la difesa e e la promozione dei propri interessi. Se ti metti nella posizione di parlare solo con le “brave persone”, l’unica cosa possibile diventa sparare su tutti gli altri e i tuoi interessi fanno a farsi friggere. Ecco quel che temo, con qualche buona pezza d’appoggio: con l’Iran siamo messi meglio o peggio di qualche anno fa? E con Hezbollah? Con la Cina? Con la Russia?
    Ciao, a presto

    Fulvio

    P.S.: dopodiche, se con tutti questi morti Israele non riesce a “sradicare” Hamas (esito degno di un brindisi), che cosa ci diciamo?

  3. fabio cangiotti

    12 January 2009 at 22:42

    Caro Fulvio, anche noi occidentali siamo nelle liste di proscrizione dei Komheini e poi via via dei Bin Laden, Amadinejhad, Hamas di turno ecc., inutile illudersi del contrario o autoflagellarsi se rendiamo la pariglia.
    Quanto ad Israele nelle liste c’è finita molto ma molto prima che Reagan e poi Bush pronunciassero i loro discorsi sull’Asse del male o sugli Stati canaglia. Chi disprezza chi?

  4. Fulvio Scaglione

    13 January 2009 at 20:10

    Boh, Fabio, che vuoi che ti dica. Se il tuo (vostro) problema è “rendere la pariglia”, accomodatevi pure. Il mio è cercare, se possibile, di vivere in un mondo un poco migliore. Da questo punto di vista mi limito a farvi notare che i vostri metodi non funzionano, nemmeno rispetto al limitatissimo proposito di rendere la pariglia. Sempre che si possa parlare, senza disgusto, di portarsi in pari con combattimenti che fanno 100 morti di qua e qualche ferito di là, come in questi giorni.
    Per quanto poi riguarda Israele: è semplicemente ridicolo pensare che l’esercizio di un legittimo diritto a distanza di qualche millennio potesse scorrere liscio e tranquillo. Se arrivasse a casa tua qualcuno che, con tutte le carte in regola, ti dimostrasse che i suoi antenati tre secoli fa vivevano dove ora vivi tu, dubito che saresti felice di fargli posto in casa tua. I sionisti più preparati, quelli che avevano viaggiato in Palestina, sapevano che il motto “una terra senza popolo per un popolo senza terra” era una scemenza. Il fatto che palestinesi e israeliani siano ancora lì, a spararsi per una terra che né gli uni né gli altri potranno mai possedere per intero, dimostra che avevano proprio ragione.
    Ciao, a presto

    Fulvio

  5. fabio cangiotti

    14 January 2009 at 18:12

    Caro Fulvio, il dramma è che ebrei e palestinesi hanno entrambi ragione. Però tu sai bene che Israele ha già dimostrato di sapere e volere fare la pace e restituire terra conquistata anche con nemici storici come Sadat e Arafat. Ma è il rifiuto arabo che ha sempre prevalso. Per rendere la pariglia intendevo: essere inflessibili con i sunnominati, che in ogni caso ci disprezzano. O si può trattare anche con Bin laden?

  6. Fulvio Scaglione

    14 January 2009 at 21:54

    Caro Fabio,
    sono d’accordo su tutto. Però mi dà un fastidio pazzo il totalitarismo intellettuale pro-Israele dopo aver vissuto per tanti anni nel totalitarismo intellettuale pro-palestinesi. Se sono contro il terrorismo mi devo beccare per forza anche le cannonate sulle scuole di Gaza? Se sono per il diritto dei palestinesi a esistere e a vivere in Palestina vuol dire che approvo i missili di Hamas? Non credo proprio. E in ogni caso ribadisco: ma siamo sicuri che ad applaudire così acriticamente la guerra (questa come le precedenti e quelle che verranno, chiunque le provochi) andiamo incontro agli interessi di Israele e dell’Occidente? Io non ne sono convinto, tutto qui. Quando i vari Ferrara&C me lo avranno dimostrato, ci crederò.
    Ciao, a presto

    Fulvio

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