Quando si parla di Gaza, il professor Sergio Della Pergola è un prezioso punto di riferimento. Docente dell’Università ebraica di Gerusalemme, demografo di fama mondiale (suo un testo fondamentale come Israele e Palestina, la forza dei numeri), ha contribuito in modo decisivo al piano del Governo di Israele, realizzato da Ariel Sharon nel 2005, di lasciare Gaza ai palestinesi. Oggi, rispetto alla guerra contro la Striscia, non ha esitazioni. “La tregua di sei mesi”, dice Della Pergola, “è stata sfruttata da Hamas per riarmarsi con nuovi missili di produzione russa e cinese più potenti dei vecchi Qassam, capaci di colpire a 40/45 chilometri dal confine. Israele ha un sistema di avvistamento dei missili in partenza dalla Striscia ma i margini per mettersi al riparo sono questi: a Sderot, cioè a 10 chilometri, 15 secondi; ad Ashkelon e Netivot, a 20 chilometri, 30 secondi; a Beer Sheva, cioè a 40 chilometri, 1 minuto. E sono caduti per molto tempo 40 o 50 missili al giorno. Aggiunga che nel 2008 sono stati uccisi 36 israeliani e 1.800 missili sono caduti su Israele, tenga presente che la popolazione di Israele è un decimo di quella italiana, e che quindi in proporzione i morti in Italia sarebbero stati 360, pensi a come avrebbe reagito l’Italia, e capirà perché Israele davvero non poteva tollerare oltre una simile situazione”.
- Il Governo di Israele è sembrato riluttante di fronte ai rischi di un’operazione militare via terra. Ma “sradicare Hamas” solo con i bombardamenti è impossibile, mentre le sofferenze dei civili palestinesi rischiano di far crescere ancora il consenso intorno al movimento radicale. Come se ne esce?
“In teoria un’operazione via terra dovrebbe trasformarsi in una caccia all’uomo, bisognerebbe prenderli uno a uno, casa per casa. Credo che la speranza sia di esercitare un’opera di dissuasione sulla base palestinese, che nel 2006 ha scelto Hamas in libere elezioni democratiche, per ottenere un ravvedimento simile a quello che, sia pure all’ultimo momento, si ebbe in Italia rispetto al fascismo. Anche se a questi livelli di fanatismo e di lavaggio di cervello, le nostre logiche razionali occidentali rischiano di non funzionare”.
- Non crede che Israele rischi ora di pagare un prezzo politico molto alto?
“Come dicevo, non credo che se Torino e Milano fossero colpite ogni giorno dai razzi la reazione sarebbe meno dura. A parte questo, bisogna tener conto di altri fattori. Il primo è che sulla “crisi umanitaria” aleggiano alcuni miti da sfatare. Per esempio: perché dai tunnel che da Gaza arrivano in Egitto possono passare i missili cinesi di contrabbando e non le pagnotte? Inoltre: quando è stato ucciso Nizar Rayan, il numero cinque di Hamas, la casa è esplosa perché ospitava un deposito di munizioni. Molte delle vittime civili sono causate dalla tattica di seminare riserve di armi in abitazioni comuni. Infine, in termini più strettamente politici, la grossa novità rispetto al passato è la spaccatura del mondo arabo, con la netta presa di distanza da Hamas da parte di Egitto, Arabia Saudita, degli stessi palestinesi di Cisgiordania. Con Hamas, in sostanza, è rimasto solo l’Iran di Ahmadinejad. La questione di fondo è questa: c’è un unico problema mondiale, che qui ha la faccia di Hamas, a Mumbai ne ha un’altra, a New York una terza, a Londra e Madrid una quarta. Il mondo non vuole occuparsene, con l’eccezione degli Stati Uniti che pure hanno commesso molti errori, soprattutto quello di non capire che il pericolo non era l’Irak ma piuttosto l’Iran. Quindi tocca a Israele, purtroppo, fare il lavoro sporco anche per gli altri. Questo il resto del mondo lo ha capito, e infatti oggi è meno critico di prima”.
- Ma se è così, perché non isolare ancor più Hamas trovando un accordo con i palestinesi di Cisgiordania guidati da Abu Mazen?
“Un accordo con Abu Mazen è possibile, Ariel Sharon lo ha dimostrato, anche se certo non basterebbe a far rinsavire Hamas. Io sono favorevole all’ipotesi, con relativo ritiro di Israele dalla Cisgiordania. Ma allora si ragiona nella prospettiva di due Stati palestinesi, distinti e diversi, senza alcun collegamento diretto tra Gaza e Cisgiordania. E in più, vorrei sapere una cosa: che cosa succederebbe il giorno in cui da quelle parti non ci fosse più Israele a fare attività di polizia e controllo del territorio? Quali garanzie avremmo rispetto a eventuali attentati? Abito a Gerusalemme, il mio appartamento è all’ultimo piano, sopra di me c’è solo il tetto. Mi darebbe un certo fastidio veder arrivare un missile anche lì…”.
Pubblicato su Famiglia Cristiana numero 2 – gennaio 2009 www.famigliacristiana.it
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