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IL SEGNO INCONFONDIBILE DI AL QAEDA SULLA STRAGE DI MUMBAI

      Poi scopriremo i particolari, capiremo se i terroristi islamici che hanno compiuto la strage di Mumbai e per più di venti ore hanno tenuto in ostaggio la capitale dell’India sono davvero venuti dal Pakistan, chi li ha istruiti e armati, quali le più o meno deliranti motivazioni. Una cosa, però, possiamo dirla fin d’ora: non importa di chi sia la mano, lo stile è quello di Al Qaeda. Ed è questo che conta, perché la manovalanza del terrore, kamikaze compresi, abbonda ormai da anni. Dieci obiettivi colpiti con perfetta sincronia, luoghi pubblici (ospedali, cinema, alberghi) assaltati per ottenere il massimo del panico e del clamore mediatico, punti d’incontro degli espatriati occidentali devastati per mandare l’onda di terrore fin nelle più lontane capitali. Come a New York 2001, Madrid 2004, Londra 2005: cambiano gli anni e le latitudini, Al Qaeda è la stessa.
      Tutto questo non vuol dire che sia stato Bin Laden in persona a concepire i piani della strage o a dare gli ordini. Vuol dire però altre cose, assai più importanti. In primo luogo, che Al Qaeda è in grado non tanto di riprodurre se stessa ma di “vendere” le proprie tecniche sul mercato del terrore. La geografia delle azioni ispirate all’organizzazione e ai suoi metodi parla chiaro: dall’Afghanistan (per colpire in Occidente) all’Asia, poi in Iraq, un po’ in tutta l’Asia, Algeria, Yemen, Egitto (le stragi sul Mar Rosso). In Europa e poi di nuovo Iraq, Afghanistan, Pakistan, India.
       Per operare così, sfuggendo alla caccia internazionale che chiamiamo “guerra al terrore” e che a torto localizziamo in Medio Oriente, bisogna avere ottime capacità operative (ma i capi, alla lunga, sono stati sempre eliminati) ma un’ancor più sottile capacità di inserirsi nelle crisi locali per piegarle ai propri fini. E’ quanto è successo anche in India, Paese tormentato da micidiali estremismi a sfondo etnico, religioso e politico. Non dimentichiamo che gli attentati più sanguinosi sono stati finora quelli (luglio 2006: 200 morti a causa di sette bombe piazzate sui treni; febbraio 2007, 70 morti su un treno diretto in Pakistan) mirati a sconvolgere ogni prospettiva di pace e di accordo con il Pakistan, lo Stato islamico per eccellenza.
      E poi le reciproche stragi, degli indù sui musulmani e dei musulmani (che sono il 14% della popolazione, ovvero più di 160 milioni di persone) sugli indù, senza parlare delle ricorrenti persecuzioni contro i cristiani. In questo ambiente non dev’essere troppo difficile, per chi ha scelto il mestiere del terrore, soffiare sul fuoco del risentimento o trovare giovani disposti a sacrificare la vita propria e altrui in atti di folle violenza. Il balletto delle sigle, con ogni probabilità false, serve solo a far crescere la confusione e a complicare le indagini, e comunque rafforza l’ipotesi di una regìa “altra”, nascosta e micidiale.
      A fronte di tutto questo, non resta che ripetere quanto si va dicendo da anni. Il terrorismo islamico in quanto tale esiste e, come si vede, ha un proprio modo tipico di agire. Ma se vogliamo neutralizzarlo dobbiamo prendere atto del fatto che i suoi strateghi sanno utilizzare assai meglio dei nostri i punti di faglia, i Paesi e i popoli dove le crisi più diverse aprono varchi pericolosi. Alla fine, la lezione è sempre quella esposta da Tolstoj nel racconto La morte di Ivan Il’ic: quelli che stanno bene si somigliano tutti, quelli che stanno male lo fanno ognuno a modo proprio. Una ricetta globale contro il terrorismo islamico non esiste. Possiamo prendere precauzioni comuni, per il resto dobbiamo chinarci sulle situazioni particolari, studiarle e cercare di risolverle. Una per una, ognuna a suo modo, per togliere ai pesci del terrore l’acqua torbida in cui si nascondono per colpire.

Pubblicato sull’Eco di Bergamo del 28 novembre 2008   http://www.eco.bg.it

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