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Nello scintillio globale di sorrisi e congratulazioni che ha accompagnato l’elezione di Barack Obama, la Russia si è assunta con perfida malizia il ruolo del guastafeste. Intanto, il presidente Dmitrij Medvedev ha deciso di tenere il suo primo discorso alla nazione proprio a ridosso del discorso di accettazione pronunciato da Obama nel Grant Park di Chicago. Per rubare la scena al collega americano o per approfittare delle luci della sua ribalta, chissà. In ogni caso la scelta del Cremlino non può essere stata casuale.
Come se non bastasse, Medvedev ha riportato Obama (e con lui la politica internazionale) coi piedi per terra con una serie di dichiarazioni che, è facile prevederlo, andranno a ingrossare il primo faldone presidenziale del neo-eletto. Un po’ come fanno certi mediani del calcio: un intervento deciso sul fuoriclasse avversario nei primi minuti di gioco, quando l’arbitro è restio ad ammonire, giusto per far capire l’aria che tira.
Medvedev si è augurato che “la nuova amministrazione Usa scelga rapporti più validi con la Russia”, dando così un secco giudizio sull’amministrazione attuale, in carica ancora per 75 giorni. E in questi “rapporti più validi” ha inserito tre capitoli ben precisi: lo scudo stellare in Polonia e Repubblica Ceca, la guerra con la Georgia e la crisi finanziaria globale. Si tratta, in realtà di un discorso solo, che muove a cannocchiale dal particolare al generale. Il Cremlino considera lo scudo antimissile, uno dei cavalli di battaglia della politica estera di George Bush, una minaccia strategica alla propria sicurezza. E Medvedev risponde con l’installazione dei missili Iskander nell’enclave russa di Kaliningrad, compressa tra Polonia e Lituania.
Contrasto clamoroso, da comprendere però all’interno del confronto sugli spazi strategici e sui confini che nel Caucaso si è tramutato in guerra aperta. Qui il problema è persino più ampio, perché la regione è cruciale per le rotte degli oleodotti e quindi per la stabilità economica del mondo industrialmente sviluppato. In quest’area la Russia ha molto subito la grinta degli Usa, che sono penetrati con metodo nella regione arruolando Azerbaigian, Georgia e Turchia. Medvedev è stato chiaro: “Nel Caucaso la Russia non torna indietro”. Una sorta di ultimatum che, però, esprime piuttosto la speranza che siano gli Usa a farlo, visto che finora la Russia ha giocato in difesa.
Tutto questo è infine compreso nell’accusa che il presidente Medvedev rivolge, non per la prima volta, alla politica Usa, giudicata “presuntuosa e intollerante delle critiche”, tanto piena di sé da considerare le proprie posizioni “come le uniche giuste e indiscutibili”, finendo così nella trappola di “gravi errori di calcolo nella sfera economica”, senza preoccuparsi di “coordinare le sue decisioni con gli altri giocatori del mercato globale”. Il messaggio del Cremlino è chiaro: viviamo in un mondo multipolare, la Russia ha i mezzi per contrastare in campo aperto l’espansionismo Usa, l’unica vera possibilità per entrambi è dividersi pacificamente gli spazi e le opportunità. In altre parole, Medvedev chiede alla Casa Bianca un pieno riconoscimento del ritrovato status internazionale della Russia.
Che forse un poco si sopravvaluta, dopo essere stata a lungo sottovalutata, e forse sopravvaluta Obama. Il senatore di Chicago non è diventato presidente del mondo ma “solo” degli Usa. Sarà senz’altro più aperto di Bush ma quando comincerà a lavorare dovrà inevitabilmente fare i giusti interessi del proprio Paese. E allora, facile prevederlo, non sarà solo la Russia a diradare i sorrisi.
Pubblicato su Avvenire del 6 novembre 2008 http://www.avvenire.it
Mi chiamo Fulvio Scaglione, sono nato nel 1957, sono vice direttore di Famiglia Cristiana e responsabile dell'edizione online del giornale. © 2008, ↑ Fulvio Scaglione – Giornalista
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