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Michelle o Al Gore? Il mito, ora borghese, dell’America come terra delle opportunità aperte a tutti, impersonato a perfezione da una moglie bella, grintosa e nera, o la dura realtà di una sconfitta, quella del Duemila, che ha spalancato le porte all’America più isolazionista e sfortunata del dopoguerra? Alla fine hanno prevalso le ragioni della politica e Barack Hussein Obama, 47 anni, senatore di prima legislatura per l’Illinois (eletto però con il 70% dei voti), ha corso le ultime ore della sua campagna accanto ad Al Gore, lo sconfitto di allora, l’ecologista poi premiato con il Nobel per la Pace.
Molto a lungo, però, Obama ha corteggiato il patriottismo degli americani in modo sottile e convincente, proprio esibendo se stesso e la propria famiglia. Nel discorso di accettazione della candidatura, il 28 agosto a Denver (Colorado), si premurò di dire: “Una storia come la mia è possibile solo nel nostro Paese”. Agli americani piace sentirselo dire, è chiaro, ma qualche ragione ce l’hanno. Barack Hussein Obama porta lo stesso nome di un padre keniano che lasciò la famiglia quando il figlio aveva solo 2 anni. Appena dopo la separazione, la madre Ann si risposò con un indonesiano, Lolo Soetoro, e si trasferì dall’altra parte del Pacifico, a Giakarta, dopve Obama visse fino ai 10 anni, per poi tornare alla Hawaii dai nonni, perdendo di vista il padre naturale e vedendo sporadicamente la madre, che faceva avanti e indietro dall’Indonesia.
L’origine modesta, gli studi, la laurea in Scienze Politiche, il lavoro tra politico e umanitario a Chicago, la prestigiosa scuola di Legge di Harvard, l’avvocatura, la carriera, il matrimonio con Michelle, una sorta di Hillary Clinton più femminile e provocatrice. E poi, certo, il colore della pelle, già abbondantemente notato dai media americani e raccontato nel 1990, Obama quando divenne il primo presidente nero della Harvard Law Review. Davvero, quanto di questo è immaginabile fuori dagli Stati Uniti d’America?
La colossale abilità di Obama è stata di ricordarlo agli americani senza mai parlarne, accontentandosi di essere, di esistere e, certo, di mostrarsi, lui figlio di uno studente africano in trasferta e di una studentessa bianca senza pregiudizi, quindi non un vero afroamericano. Ha sconfitto così anche Hillary Clinton, una donna d’acciaio e un politico di prima classe: giocando all’antipolitico, alla sorpresa imposta dal popolo, dai giovani, dal tam tam di internet, insomma da tutto quel mondo che non è Washington, l’arroganza dei politici di professione, la presunzione degli eletti al Palazzo che dimenticano da dove vengono e per conto di chi.
Tutto falso, ovviamente, tutto ben studiato. Una comparsata con Bill Clinton, mai amato ma utile per agitare il ricordo di tempi economicamente felici, e poi via per l’ultimo abbraccio allo sconfitto del Duemila, Al Gore. Il che già basta a farci capire che Obama è politico fino in fondo. Volete ancora un po’ della ricetta Bush o similari? Ripetete gli errori di allora, ecco il suo messaggio agli americani. Di cui è parte anche la scelta, come vice, di Joe Biden, uomo di grande esperienza e riconosciuta competenza ma di non enorme carisma, insomma un secondo nato. Un “vice” che nei confronti di Bush e della sua politica in Iraq è sempre stato di gran lunga più critico dello stesso Barack Obama.
Fino a ieri sera, chi apriva il sito ufficiale di Obama (www.barackobama.com) si trovava di fronte un appello a lavorare per lui, a darsi da fare. I discorsi e le belle foto venivano dopo. Nei primi sei mesi del 2007, il suo comitato elettorale raccolse donazioni per 58 milioni di dollari, di cui quasi 17 milioni fatti di offerte sotto i 200 dollari. Due record mai raggiunti prima, cifre che hanno polverizzato quelle raccolte da McCain, ancoratosi alle quote fisse stabilite dal meccanismo dei fondi pubblici a cui ha accettato di attingere.
Il che, se non altro, dimostra almeno una cosa. Barack Obama potrà anche non diventare presidente, perché nessuno sa con precisione quanto “conti”, in questa gara particolare e nell’America scombussolata del 2008, il colore scuro della pelle. Ma di sicuro ha le idee chiare su che cosa bisognava fare per diventarlo.
Pubblicato sull’Eco di Bergamo del 4 novembre 2008 http:www.eco.bg.it
Mi chiamo Fulvio Scaglione, sono nato nel 1957, sono vice direttore di Famiglia Cristiana e responsabile dell'edizione online del giornale. © 2008, ↑ Fulvio Scaglione – Giornalista
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trentaelode
5 November 2008 at 01:20
Sarah Palin ha sicuramente dato il suo contributo per la sconfitta. Ha attratto su di sè grandi attenzioni senza riuscire però a trasformale in consensi positivi. Joe Biden invece, vice di Obama ha rispettato il suo ruolo senza invadere il campo del suo leader. Dando vita ad una strategia perfetta dei democratici. Una vittoria assolutamente virale che passa per i social network.
A tal proposito vorrei segnalare questo articolo che racconta la popolarità dei due candidati americani su Facebook:
http://blog.trentaelode.it/2008/11/04/barack-obama-vs-john-mccain-su-facebook-chi-vincer/
Fulvio Scaglione
5 November 2008 at 23:50
Caro Trentaelode
(beato te, io ne vedevo pochi),
grazie per il contributo. Su Sarah Palin ho questa sensazione: quella che pareva una gran drittata politica e propagandistica alla fine si è rivoltata contro McCain. Per una ragione molto semplice: bastava guardarla e pensarla nello Studio Ovale della Casa Bianca per capire che era una scelta non all’altezza del compito.
Ciao, a presto.
Fulvio