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I PRODUTTORI DI PETROLIO PIANGONO MISERIA MA PER NOI C’E’ POCO DA RIDERE

      C’è qualcosa di grottesco, e anche di pauroso, nella soddisfazione con cui molti registrano l’affanno dell’Opec, il “cartello” dei produttori di petrolio, fondato nel 1960 e oggi animato da 12 Paesi: Algeria, Angola, Libia, Nigeria, Iran, Kuwait, Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Indonesia, Venezuela e Iraq. I primi undici sottomessi a un regime di quote decise, appunto, in sede Opec; il dodicesimo, l’Iraq, libero invece di produrre e vendere quanto vuole in omaggio alla sua povertà. Non è nell’Opec, ma ha i suoi bei problemi, anche la Russia: il calo del prezzo del petrolio costringe il Cremlino a rivedere molti ambiziosi programmi politici e a fare i conti, se la crisi dovesse durare, con una stagione di instabilità imprevista anche solo qualche mese fa.
      Ecco allora gli sfottò agli sceicchi arabi, tra i più potenti nell’Opec, che hanno deciso di tagliare la produzione per sostenere il prezzo: 1 milione e 800 mila barili in meno al giorno, sperando che le quotazioni salgano rispetto ai 62 dollari attuali. Come costruiranno i loro grattacieli nel deserto senza i nostri soldi? Ecco le barzellette su Aleksej Miller, leader del consorzio statale russo Gazprom, che nella primavera scorsa pronosticava per il greggio un prezzo di 200 dollari.
      Tutto giusto, tutto legittimo. Al lettore, però, andrebbe anche detto che il prezzo del petrolio è calato, da loro, perché è esplosa, da noi, la crisi prima finanziaria e poi produttiva. In altre parole: consumiamo meno petrolio, quindi il prezzo cala. Ma ne consumiamo meno non perché siamo diventati oculati o perché siamo pssati ad altre fonti di energia, ma perché siamo in crisi nera, i consumatori non spendono, quindi le fabbriche non producono. La linfa vitale della produzione occidentale è il petrolio: niente produzione, niente petrolio.
      Quindi c’è poco da ridere. E non solo perché la nostra crisi e i loro borsellini sgonfi vanno di pari passo. C’è anche un’altra ragione. Avete presente il cappellino rosso dei piloti della Ferrari, con quella scritta strana? Richiama la Mubadala Investments, il cosiddetto “fondo sovrano” dell’Arabia Saudita, ovvero lo strumento finanziario dello Stato saudita. Mubadala detiene il 5% delle azioni Ferrari e il 35% della Piaggio Aereo, oltre che l’8% della Amd (produttrice di componenti per computer). Il Fondo di Stabilizzazione della Russia (anche lì, il braccio finanziario dello Stato) ha investito 9,7 miliardi di dollari nella banca svizzera Ubs. I miliardi di Dubai (1,8, per la precisione) sono andati a rilevare una quota della Deutshce Bank. La China Investment Corporation ha quasi il 10% della grande banca americana Morgan Stanley. E così via, citando citando.
      La finanza occidentale, insomma, negli anni scorsi è andata a caccia di denaro fresco e lo ha trovato proprio presso quei produttori di petrolio che, dopo aver accantonato risorse immense, ora piangono miseria. Ma se questi Paesi dovessero ritirare i loro investimenti, la crisi del credito, già acutissima, potrebbe diventare insuperabile. E’ l’ennesima dimostrazione che oggi non c’è vera crisi che possa essere definita locale. Sono tutte globali e nessuno può più ridere delle difficoltà altrui.  
 

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