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INQUINAMENTO: IN EUROPA IL NOSTRO POSTO E’ CON GLI EX COMUNISTI, NON CON I PAESI SVILUPPATI

      L’improvvisa e aspra polemica tra l’Unione Europea e l’Italia, e più in particolare tra Stavros Dimas (commissario europeo all’Ambiente) e Stefania Prestigiacomo (ministro italiano all’Ambiente), è di quelle che lasciano poco spazio alle mediazioni. L’Italia pensa che la lotta contro l’inquinamento e la battaglia contro le emissioni a effetto serra, come prevista dal Trattato di Kioto e dal piano tratteggiato a Bruxelles per rispettarlo, sia troppo costosa e poco produttiva. Dice il Governo che provare a raggiungere gli obiettivi Ue (più 20% di efficienza energetica, meno 20% di emissioni inquinanti, 20% di energia da fonti rinnovabili, il tutto entro il 2020) ci costerebbe oltre 18 miliardi di euro l’anno (pari, al momento, all’1,14% del Prodotto interno lordo),  uno sforzo difficilmente sopportabile, soprattutto in tempi di crisi.
      Dimas ribatte, per conto della Ue, che il calcoli italiani sono sbagliati e le cifre fasulle: il costo sarebbe assai inferiore, tra i 9 e i 12 miliardi di euro, e l’operazione prevederebbe anche interessanti opportunità di sviluppo. Secondo alcune proiezioni, elaborate appunto in sede comunitaria, puntando sull’efficienza energetica e sulle fonti rinnovabili si potrebbero creare oltre 250 mila posti di lavoro entro il 2020. E’ quello che è successo in Germania, per esempio, dove nel 2006 gli occupati nel settore delle energie rinnovabili erano 214 mila, con un aumento del 36% rispetto al 2004.
      Sui calcoli e sulle cifre la differenza tra i contendenti è così ampia che uno solo dei due può avere ragione. E salterà presto fuori chi trucca le carte. Non sarei onesto se non dicessi che, dovendo scommettere, non punterei i miei soldi su Berlusconi e i suoi, sempre disinvolti con le parole. E nemmeno li punterei sugli industriali italiani, a partire dalla loro presidentessa, la signora Emma Marcegaglia. I nostri imprenditori sono spesso geniali ma hanno il vizietto di farci grandi prediche sui pregi del libero mercato e insieme chiedere la protezione dello Stato, con relative provvidenza, quando il mercato si rivela un po’ troppo libero per i loro interessi. Prendersi la “polpa” di Alitalia a prezzo di realizzo, lasciando ai cittadini i debiti e le grane piace a tutti, Marcegaglia inclusa. Spendere qualche milione per evitare a tutti di respirare gas va un po’ meno bene, soprattutto alla Marcegaglia.
      Però, ripeto: aspettiamo e vediamo, tra Dimas e Prestigiacomo il contaballe salterà presto fuori, in ogni caso entro dicembre. Nel frattempo, per distrarci, possiamo dare un’occhiata alla cartina geografica dell’Europa. E’ facile notare una cosa: i grandi Paesi industrializzati del continente stanno, per così dire, con Dimas e con la Ue. Germania (il Paese che oggi spende di più nella lotta contro i gas a effetto serra: 13,5 miliardi l’anno, lo 0,5% del Pil), Francia (terzo posto nelle spese: 8,8 miliardi), Gran Bretagna (anche lei a 8,8 miliardi), Spagna, Svezia, Finlandia, Danimarca, Olanda, Belgio, Grecia e Portogallo sono favorevoli al piano europeo.
      L’Italia, è vero, è il Paese che in Europa spende di più (9 miliardi di euro l’anno, lo 0,6% del Pil) dopo la Germania. Ma oggi, nella sua contestazione, è allineata ai Paesi baltici, alla Polonia, alla Romania, alla Bulgaria, alla Repubblica Ceca e alla Slovacchia, cioè a tutti i Paesi ex comunisti. E io che ho vissuto in Russia vi posso dire che qual era la concezione comunista dell’ambiente: una fogna.
      Ne deriva un paio di domande.
      1. Perché il piano Ue è insostenibile  e folle per l’Italia e non lo è per Germania, Francia, Spagna, Gran Bretagna, cioè i Paesi che in Europa più ci somigliano? Lo spettro della recessione si agita solo da noi mentre da loro son fiumi di latte e miele?
      2. Che cosa abbiamo in comune con la Polonia e la Bulgaria? Per dirne una: la quota di Pil pro capite degli italiani è di 31.900 euro l’anno, per i polacchi di 16.200, per i bulgari di 11.800. Che loro non possano permettersi certe battaglie è forse comprensibile. Ma noi? Come siamo finiti a fare la stessa guerra dei più poveri? O forse è esattamente quello il posto giusto per noi?     

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