Widgetized Section

Go to Admin » Appearance » Widgets » and move Gabfire Widget: Social into that MastheadOverlay zone

INTERVISTA: SARI NUSEIBEH, UN PALESTINESE FUORI DAL CORO (seconda parte)

 - Ma ci sarà una clausola decisiva, o no?
      “Le posso dire la mia: qualunque sia la soluzione prescelta, questa dev’essere condivisa, non può essere imposta da una parte all’altra. E’ come un matrimonio, la forza non può renderlo valido. E quindi, visto che né gli israeliani né i palestinesi vogliono un solo Stato, dobbiamo lavorare per la soluzione a due Stati. Io non credo che sia la migliore, da un punto di vista umano e della convivenza tra i popoli un solo Stato mi piacerebbe di più. Ma la gente ne vuole due e quindi è qui che dobbiamo andare. Sempre tenendo presente che la condizione prima dev’essere la massima riduzione della sofferenza umana. Non mi interessa una soluzione che sembra buona ma implica grandi sofferenze per la gente. Al contrario: scegli la soluzione che comporta meno sofferenza e perseguila. Alla fin fine, ciò che vale è la vita umana, non l’ideologia. Il resto, uno, due o tre Stati, conta meno”.
- E Hamas? Accordo o no, Hamas non sparirà.
      “Hamas è come una macchia rossa su un muro bianco. La macchia non può cambiare colore. Ciò che invece possiamo fare è cercare di renderla più piccola. Nella società palestinese, se si riuscisse a creare la pace, Hamas e altri movimenti radicali perderebbero importanza e significato. Non sparirebbero, certo. Ci sarebbero sempre elementi pronti a scelte estremiste, come del resto avviene in Israele. Ma conterebbero assai poco. Abbiamo due alternative: lavorare per creare il paradiso in terra o raggiungere il paradiso ultraterreno. Se scegliamo la prima, la gente sarà molto più serena e aspetterà il tempo stabilito da Dio e dalla natura per godere dell’altra ipotesi”.
- Come intellettuale e docente universitario, lei lavora con l’élite palestinese, sia per quanto riguarda i professori sia per gli studenti. Quali sono i sentimenti di questo strato sociale così particolare?
      “Siamo tutti in una strana situazione. Viviamo, lavoriamo, studiamo, ci amiamo e ci sposiamo, sempre con la sensazione di essere chiusi in una bolla. Siamo in prigione ma non in senso fisico, piuttosto in senso mentale e psicologico. Non sappiamo quale sarà il nostro futuro, dunque perché facciamo le cose che facciamo? I nostri valori tradizionali, politici, morali, familiari o sociali che siano, stanno scomparendo senza che altri valori vengano a rimpiazzarli. Se faccio il paragone con quando venni a insegnare in Palestina, nel 1978, noto soprattutto che la mia comunità ha subito un massiccio degrado dei valori”.
- In questa nostra conversazione c’è una specie di convitato di pietra: Israele, ma direi soprattutto gli israeliani. Che dire di loro?
      “Gli israeliani hanno una psicologia molto complicata e come palestinesi dobbiamo fare ogni sforzo per conoscerla e capirla. Ogni tanto scandalizzo i miei amici quando dico che provo più simpatia per loro, gli israeliani, che per noi palestinesi”.
- E’ di sicuro un paradosso, che prevede da parte mia l’inevitabile domanda: perché?
      “Perché mi pare che alla fin fine abbiano più problemi di noi. Prendiamo il loro ideale dello Stato ebraico: hanno lavorato tantissimo, consumato infiniti sforzi, costruito strade e palazzi, vinto una guerra dopo l’altra, e semplicemente non funziona. pensi solo a questo: hanno la bomba atomica e per sentirsi sicuri hanno dovuto costruire una replica della Muraglia cinese”.
- Israele, però, non pare un’entità fragile, pericolante o poco convinta delle proprie ragioni…
      “Non dico questo. Mi pare, però, che la loro resterà una battaglia persa finché resterà una battaglia. Proprio ieri rileggevo TheFuture Vision of the Palestinian Arabs, il documento scritto e pubblicato nel 2006 da un gruppo di intellettuali arabi israeliani. Fu pubblicato dai maggiori giornali negli Usa e in Israele e provocò una bufera politica. In sintesi, il documento dice: vogliamo che Israele diventi uno Stato binazionale. Immagini a questo punto di essere israeliano: hai il 20% della popolazione fatto di palestinesi che, con una certa logica, chiedono che il “tuo” Stato diventi binazionale. E intorno ai altri 3 milioni di palestinesi che si propongono di creare un loro Stato. E questo è il punto in cui siamo sessant’anni dopo la creazione di Israele. Il vero paradosso di Israele è che ogni suo successo porta con sé, inevitabilmente, una sconfitta. Prendiamo gli insediamenti: più ne costruiscono e più terra ottengono, è vero, ma allo stesso tempo diventa sempre più difficile per loro vivere separati dagli arabi. Nel 1967 hanno vinto la guerra ma hanno anche riportato insieme, in un unico blocco, Gaza, la Cisgiordania e Israele. Mettiamola così: finché dura la sua egemonia, Israele non potrà liberarsi dei palestinesi. Una vera beffa, mi pare”.

Vedi anche http://www.famigliacristiana.it
 

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

*

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>