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QUEL POPOLO DI PROFUGHI CHE DA VENT’ANNI TORMENTA LA RUSSIA

      I russi parlano di 20-30 mila profughi dall’Ossetia attaccata dai georgiani, e le immagini che arrivano sono tragicamente familiari. Donne in lacrime e bambini sconvolti si accalcano sui soliti autobus rugginosi, diretti da qualche parte più in là, quasi sempre un campo allestito in fretta e furia con tende militari o una vecchia base dismessa. Pochissimi come sempre gli uomini. Di solito restano indietro: per combattere, recuperare qualcosa dalle case distrutte, scavare le fosse ai familiari uccisi. Mille drammi individuali diversi che li rendono però tutti uguali, ceceni e osseti, tagiki e armeni. Quando si commenta la politica russa, quasi mai si parla del ministro che da più tempo (dal 1992) resiste in carica, Sergej Kuzhugetovic Shoigu, ex generale dell’esercito, responsabile del dicastero per le Situazioni d’emergenza. Shoigu ne ha viste di tutti i colori, dai terremoti ai disastri petroliferi. Ma la categoria di cui più si è occupato è proprio quella dei profughi. Lo aiuta il fatto di essere tuvano, una minoranza etnica di origine mongolica, strettamente imparentata con gli uiguri ora compresi nella Cina, che nella storia è dovuta spesso andare randagia.
      Nel 1990-1991, quando la disgregazione dell’Urss raggiunse il culmine, per i popoli dell’impero (oltre 100 distinti gruppi etnici) suonò una specie di “liberi tutti”. La Repubblica russa, poi diventata Federazione russa, guidata da Boris Eltsin, lasciò volentieri andare le altre Repubbliche, considerate una palla al piede rispetto al potenziale sviluppo della Russia. Cominciò allora il dramma dei russi. I primi profughi furono loro: quelli che Stalin aveva mandato in tutto l’impero come colonizzatori e tedofori del lume sovietico, si trovarono stranieri in quella che di colpo era diventata la patria altrui, Paesi che quasi sempre li consideravano oppressori e sfruttatori. I Baltici li dichiararono “occupanti” e negarono loro la cittadinanza. Solo Belorussia, Kazakhstan e Kirgizistan mantennero il russo come lingua ufficiale, tutti gli altri la cancellarono a favore della propria.
      A Mosca, in quegli anni, non era difficile incontrarli. Arrivavano con zhigulì stracariche, i frutti di una vita sovietica (quindi poca roba) ammassati sul portapacchi. I più spersi erano i militari: un colonnello russo nell’Estonia sovietica era un pezzo grosso, un colonnello senza guarnigione in un esercito sbandato che rigurgitava di colonnelli non era nessuno, e si sentiva nessuno. Molti finirono per accettare incarichi in guarnigioni lontane e disperse, e sparirono. Altri lasciarono la divisa, sprofondarono nella depressione, abbracciarono la bottiglia, lasciando alle donne l’amaro compito di tenere i contatti con un mondo che li aveva traditi nel modo più definitivo, scomparendo. Si mossero così, verso un patria che francamente non sapeva che cosa fare di loro, quasi 5 milioni di persone.
      Altri ci provarono senza riuscirci. Per esempio gli osseti del Sud o gli abkhazi, gruppi russofoni del territorio della Georgia, che già allora chiedevano di rientrare nell’Unione Sovietica da dove erano venuti. E qualcuno, invece, riuscendoci: gli armeni, ch’erano maggioranza nella regione montuosa del Nagorno Karabakh da Stalin invece assegnata all’Azerbaigian, provocarono una crisi che sfociò in guerra tra i due Paesi. Il Nagorno Karabakh riuscì a staccarsi dall’Azerbaigian e a diventare non uno Stato indipendente (come tale, nessuno lo ha mai riconosciuto) ma in pratica un annesso all’Armenia. Nell’Azerbaigian dell’enorme ricchezza petrolifera, della dinastia Aliev (prima il padre Geidar, ora il figlio Ilham) che dialoga con la Casa Bianca, ci sono ancora 50 mila profughi azeri che nel Nagorno Karabakh hanno lasciato le case, i terreni e soprattutto il cuore. Vivono nei soliti campi, moltissimi in vagoni ferroviari parcheggiati in binari opportunamente morti. Gli Aliev li lasciano lì: l’Azerbaigian vuole che qualcuno ricordi al mondo l’ingiustizia subita.
      Quel gran rimescolìo non poteva non portare sofferenze. I profughi di quest’altra fase furono calcolati in altri 5 milioni di persone. La Georgia si fece indipendente e piombò in due guerre civili: mezzo milione di profughi. La Cecenia ribelle, invasa dalla Russia, ebbe 500 mila persone, metà della popolazione complessiva, disperse in campi penosi organizzati in mezzo Caucaso. Alcuni li ho visti, per esempio quelli di Nalcik, capitale dell’Inguscetia. La povertà, la sporcizia, il fango, l’assoluta mancanza dei generi anche di prima necessità, l’acqua sporca, i bambini scalzi. Gli uomini imprecavano, promettevano improbabili vendette e alla fin fine imploravano un aiuto qualunque. Le donne, no. Ti guardavano, si guardavano intorno, e da ogni loro gesto traspariva la convinzione che pensare fosse inutile, e ancor più inutile sperare.

Pubblicato sull’Eco di Bergamo del 10 agosto 2008   http://www.eco.bg.it

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2 Responses to QUEL POPOLO DI PROFUGHI CHE DA VENT’ANNI TORMENTA LA RUSSIA

  1. fabio cangiotti

    11 August 2008 at 21:38

    Articolo interessantissimo e commovente su realtà tragiche e al 99% sconosciute da noi, che viviamo o meglio crediamo di vivere nel Bengodi. Mi permetto un consiglio: perchè non arricchisci articoli come questo con cartine tematiche?

    fabio cangiotti

  2. Fulvio Scaglione

    12 August 2008 at 15:39

    Caro Fabio,
    hai ragione, il blog è troppo scritto e troppo poco illustrato. Per esempio, avevo delle belle immagini di Sderot che non ho utilizzato. Il fatto è che, di solito, lavoro per il sito di notte o nei ritagli di tempo libero dagli impegni del giornale. Le immagini (e le cartine, naturalmente) richiedono un impegno e soprattutto un dispendio di tempo che quasi mai posso permettermi. Però non demordo, prima o poi troverò il sistema.
    Ciao, a presto

    Fulvio

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