Ventinove impiccagioni eseguite in pochi minuti, tutte assieme, nel carcere di Evin, in piena Teheran, con tanto di annuncio al telegiornale della sera, versione più pudica del solito delle esecuzioni condotte davanti a folle più o meno plaudenti. Se si supera l’orrore per quanto è successo ieri in Iran, si può scoprire una realtà per certi versi ancor più allucinante. I boia iraniani (335 pene capitali inflitte nel 2007), come i loro colleghi della Cina (5 mila esecuzioni nel 2007) o dell’Arabia Saudita (166) o del Pakistan (134) o degli Usa (42) o dell’Irak (33) o del Vietnam (25), giù giù fino a quelli dell’Etiopia o di Singapore (1 condanna eseguita nel 2007) amano ripetersi la stessa favoletta. Quella esposta a Teheran da Said Mortasavi, presidente della Corte Suprema: “Così Teheran diventerà il posto meno sicuro al mondo per criminali, trafficanti di droga, agitatori, violatori dell’onore del popolo”.
Democrazia moderne e sviluppate e sceiccati del deserto, repubbliche islamiche e regimi asiatici, culture e codici penali diversi, ma tutti ancora sostengono che usando la pena di morte il crimine non potrà che battere in ritirata. Intanto bisognerebbe chiedersi perché nei Paesi che ancora ammettono la condanna capitale il tasso di criminalità sia così alto. Certo, se diventa reato da condanna a morte la creazione di un sito web (può succedere, in Iran) o l’evasione fiscale (come in Cina), la popolazione criminale non può che aumentare. Ma che dire, allora, degli Stati Uniti? Ricchi, liberali, avanzati sotto ogni punto di vista, gli Usa hanno 2,5 milioni di detenuti, ovvero 751 ogni 100 mila abitanti, ovvero metà della popolazione carceraria del mondo. Uno splendido risultato per un Paese che applica la pena di morte senza troppi complessi, con coerenza e da un bel po’ di anni.
La verità è che non c’è alcuno studio scientificamente accettabile che dimostri che la pena di morte intimidisce i criminali. Degli Usa si è detto, e lì il favore popolare per la pena capitale raggiunge sempre come minimo il 65/70%. Anche i giapponesi la gradiscono molto, le dicono “sì” intorno all’80%. Rispettabile opinione. Ma dal 1989 al 1993, quando fu applicata una moratoria di fatto, anche se non ufficialmente dichiarata, il numero degli omicidi scese ai minimi storici: nel 1991 furono 1.125, nel 2004 (quando la pena capitale era tornata in auge) ben 1.419.
Altro esempio, il Canada. Nel 1975 il tasso di omicidi era di 3,09 ogni 100 mila abitanti. Un anno dopo, nel 1976, la pena capitale fu abolita e nel 1980 il tasso di omicidi era sceso a 2,41 ogni 100 mila abitanti. E ha continuato a scendere: nel 2003, cioè 27 anni dopo l’abolizione, il tasso di omicidi era arrivato a 1,73 ogni 100 mila abitanti, ovvero il 44% in meno rispetto all’anno dell’abolizione. Sono esempi sporadici, perché non dappertutto si riesce a impostare ricerche omogenee ed estese nel tempo, ma sono tuttavia esempi concreti. Nessun sostenitore della pena di morte riesce, invece, a produrre qualcosa di simile. E’ vendetta di Stato che piace alla gente, tutto qui.
Per sapere tutto ma proprio tutto sull’applicazione della pena di morte negli Usa e nel mondo, e su coloro che le si oppongono, ecco il sito di Rick Halperin, docente della Southern Methodist University: http://people.smu.edu/rhalperi/
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