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NON POSSIAMO AIUTARE L’IRAK SE NON “ADOTTIAMO” I SUOI CRISTIANI

       L’udienza che papa Benedetto XVI ha concesso al premier iracheno Nur al Maliki è di straordinaria importanza anche perché arriva in un momento decisivo. Mentre, cioè, la comunità internazionale fatica a prender atto di una realtà che ha ormai una fisionomia autonoma, del tutto indipendente dalle motivazioni della guerra del 2003 e, quindi, dalle divisioni che essa aveva provocato. Per dirla in termini più concreti: è fallito l’obiettivo di fare dell’Irak la piattaforma per una diffusione della democrazia in Medio Oriente, ma l’Irak è una democrazia nascente che dev’essere comunque aiutata a crescere. E’ sempre forte e decisiva la presenza americana nel Paese ma il Governo di Baghdad dà chiari segnali di volersi dotare di una personalità autonoma e aperta al dialogo. Terzo ma non ultimo: prima o poi (e pare ormai tra non molto) le truppe Usa saranno ritirate, dobbiamo quindi decidere come aiutare l’Irak e un progetto di democrazia che, privi di scudo militare, potrebbero soccombere alle forze del caos o alle difficoltà di un accordo interetnico e interreligioso ogni giorno messo alla prova.
      Se ci guardiamo attorno, non troviamo molta coscienza di queste sfide. Nelle stesse ore in cui una donna kamikaze compiva l’ennesima strage (8 morti) a Baquba, l’Unione Europea bloccava, attraverso il Consiglio Giustizia e Affari Interni, la bozza di un documento che invitava i 27 Paesi ad aprirsi ai profughi iracheni e “rimandava a settembre” il premier Al Maliki. Negli Usa la stampa è sempre più polemica verso i provvedimenti che la obbligano a dare una visione “sterilizzata” della situazione, impedendo così agli americani di prendere atto dei reali problemi degli iracheni. Lo stesso Governo americano si tiene stretti i visti d’ingresso (500 l’anno per gli iracheni), con qualche apertura in più solo per chi può dimostrare di aver lavorato per le truppe o i rappresentanti americani in Irak. Le difficoltà dei cattolici iracheni a ottenere il visto australiano per la Giornata Mondiale della Gioventù sono di ieri. Persino il Comitato Olimpico Internazionale ha escluso l’Irak dei Giochi di Pechino per le “interferenze” del Governo di Baghdad: ma accettare 7 atleti in più, e dare soddisfazione e visibilità a un Paese martoriato, sarebbe stato uno sforzo eccessivo?
       Mentre George Bush lascia la scena, l’aumento di truppe da lui deciso regala significativi margini di miglioramento e l’intero Medio Oriente pare disposto a uscire dalla drammatica letargia della violenza obbligatoria, l’Irak dev’essere adottato da ognuno di noi. E’ facile, oggi, dirsi berlinesi, ma è un po’ più difficile (anche se molto più utile) farsi iracheni. Il richiamo del Papa a perseguire “la strada della pace e dello sviluppo attraverso il dialogo e la collaborazione di tutti i gruppi etnici e religiosi, incluse le minoranze” può essere decisivo nel ricordare alle nazioni libere e  sviluppate le proprie responsabilità. Perché i cristiani iracheni hanno sofferto, in questi anni, per opera dell’esclusivismo della società islamica e del feroce terrorismo islamista ma anche per non essere stati “riconosciuti” da alcuno al momento della cacciata di Saddam Hussein. Se non siamo capaci di considerare “nostri” i cristiani iracheni, e quindi di proteggerli, aiutarli, difenderli dalle bombe ma anche dal conflitto degli interessi prevalenti (si pensi alla “guerra fredda” tra i curdi e Baghdad sui giacimenti petroliferi della piana di Niniveh), di farli sentire parte di un’ampia e solidale comunità, come pensiamo di accogliere tra noi un intero Paese? La speranza, in questo caso, è che le parole di Benedetto XVI servano non solo a svegliare le coscienze ma anche a crearle laddove, come visto, forse nemmeno esistono.

Pubblicato su Avvenire del 26 luglio 2008   http://www.avvenire.it   
 

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