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LA CATTURA DI RADOVAN KARADZIC, UN REGALO DA PRENDERE CON LE MOLLE

      L’arresto di Radovan Karadzic, 63 anni, ricercato dal 1996 per essere stato il mandante della strage di 8 mila musulmani bosniaci di Srebrenica (1996) e, più in generale, uno degli ispiratori della pulizia etnica nell’ex Jugoslavia, è una buona notizia da prendere con le molle. Karadzic, come il suo subordinato e autore materiale di tante stragi, il generale Radko Mladic, ancora alla macchia, non sarebbe potuto sfuggire così a lungo alla cattura se non avesse goduto di importanti complicità all’interno della Serbia. E’ stato arrestato in piena Belgrado, non in qualche sperduto rifugio di montagna. E nemmeno nella capitale si nascondeva ma lavorava come medico, affittava un appartamento, circolava, frequentava.

      Di fatto, Karadzic è stato consegnato al Tribunale Penale Internazionale dal presidente serbo Boris Tadic.Questo dimostra che gli uomini al potere in Serbia hanno fatto la loro scelta strategica: il futuro è con l’Europa, soprattutto con l’Unione Europea, cioè con i Paesi che del Tribunale sono i principali animatori e sostenitori. Non a caso l’arresto è arrivato a poche ore dalla riunione dei ministri degli Esteri della Ue. Non si tratta, però, di un “sì” senza condizioni né potrebbe esserlo. Il tradizionale nazionalismo serbo sa ancora farsi sentire, e quindi Karadzic viene consegnato ma solo a quel Tribunale Internazionale che gli Usa, così allergici alla giustizia gestita da altri, osteggiano in ogni modo. E’ forse una piccola, obliqua vendetta politica per l’appoggio decisivo che la Casa Bianca ha dato all’indipendenza del Kosovo?
      Un passo del gambero reso necessario dalla storia e dal realismo politico, a cui però si aggiungono altre incognite. Bisognerebbe sapere, per esempio, se c’è stata qualche trattativa perché la finta fuga di Karadzic fosse interrotta, o se magari ce ne saranno per arrivare a prendere anche Mladic, figura meno importante di quella di Karadzic ma per l’immagine esterna e gli assetti interni della nuova Serbia ancor più significativa. Radic è un ex militare di carriera, un’estrazione che conta molto in una Serbia che, dagli anni Novanta, non ha ripulito fino in fondo i quadri dell’esercito. Che cosa può aver chiesto all’Europa, il presidente Tadic, per mettere infine le manette a Karadzic? Che cosa potrebbe chiederle per offrire anche la testa di Mladic e mettere così un clamoroso sigillo al lunghissimo e tormentato processo di pacificazione dei Balcani?
      In ogni caso la Serbia ha battuto un colpo, e che colpo, per dirci che il suo orizzonte è l’Europa. Altrettanto chiaramente, la sua mossa chiede una reazione. Pare ragionevole l’idea del ministro Frattini, che propone alla Ue di rendere subito operativo l’accordo economico e commerciale con la Serbia, stralciandolo dall’Accordo di associazione e stabilizzazione (l’anticamera della piena adesione) firmato il 29 aprile e subito congelato anche per la scarsa collaborazione sulla questione dei grandi latitanti. Ma non c’è fretta e sarà meglio non metterla agli altri. Il mal d’allargamento ha già colpito duramente l’Unione, e di Paesi che prima hanno incassato i grassi dividendi dell’adesione all’Europa e poi hanno cominciato a mugugnare e a riscoprire il fascino dell’America ne sono entrati fin troppi. Nel caso di Belgrado abbiamo il vantaggio della geografia. Per i gusti dei serbi gli Usa sono troppo vicini, impiantati come sono in Kosovo, e la Russia troppo lontana per essere qualcosa di più di un partner strategico. L’esperienza però dimostra che europei non si diventa per sola convenienza economica. Ci vuole qualcosa di più. Diamo alla Serbia il tempo di maturarlo e all’Europa il modo di capire se ci è riuscita.   

Pubblicato sull’Eco di Bergamo del 23 luglio 2008    http://www.eco.bg.it

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