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PETROLIO: CON LE FROTTOLE SULLA SPECULAZIONE NON SI ESCE DALLA CRISI

      Seguire la politica italiana rispetto a quella americana è come seguire il cinema tramite Blockbuster: tu sai che, con il debito ritardo, prima o poi ci trovi  gli stessi film che sono passati nelle sale. Così, qualche settimana dopo che negli Usa si era levato il coro sul caro petrolio provocato dalle speculazioni, ecco che anche da noi è partita la presunta caccia agli speculatori, con tanto di prese di posizione (inutili) e di iniziative (finte, perché nessuno ci ha creduto nemmeno per un attimo) in sede europea.
      Oltre Oceano erano stati i neocon della National Review a dare il primo colpo di grancassa, qui da noi… beh, sappiamo chi e come. Per carità, il mercato dei futures (in pratica, una scommessa sul prezzo futuro di un determinato bene) meriterebbe una regolata. Ma indicarlo come il primo responsabile dell’aumento del prezzo del petrolio è una truffa intellettuale. La Cina, per fare un solo esempio, che ha avviato le sue riforme economiche solo all’inizio degli anni Novanta, oggi è già il secondo consumatore mondiale di petrolio dopo gli Usa. Aggiungiamo la crescita economica di tutta l’Asia, quella particolarmente impetuosa dell’India e la precipitosa motorizzazione dell’India (che ha anche lanciato l’automobile da 2.500 dollari) e della Cina (2 miliardi e 300 milioni di abitanti in due), e non dovrebbe essere difficile capire perché il petrolio aumenta di prezzo.
      La speculazione rende ancor più acuto l’aumento? E’ probabile. Ma i neocon americani e i loro imitatori italiani non sono in grado di spiegare alcune cosette. In primo luogo, ci sono altri fattori che influiscono sul prezzo e che loro, invece non amano menzionare. Per esempio, le tensioni internazionali. Quando l’Iran del presidente Ahmadinejad ha lanciato i missili (compresi quelli inventati con i ritocchi fotografici) durante una serie di manovre militari, il prezzo del greggio è schizzato all’insù del 4%. Quanto ci sarà costata, in caro-petrolio, la guerra in Irak?
      E poi: non vorranno mica farci credere che a speculare sui futures petroliferi siano solo spietati pescecani della finanza, magari simili a quegli ometti in frac e cilindro che per la propaganda bolscevica degli anni Venti rappresentavano lo spietato capitalista? Sui futures, come sugli altri prodotti finanziari ad alto rischio e alto reddito, speculano un po’ tutti, compresi i fondi pensione e gli altri fondi in cui molte categorie di lavoratori hanno investito i propri risparmi. E’ la Borsa, bellezza. Vuoi mettere sotto controllo i futures? Come detto, sarebbe anche giusto. Preparati, però, a una bella discesa degli indici di Borsa.
       Ma ciò che più irrita è che la nostra classe politica direbbe qualunque cosa pur di non affrontare l’unico vero nodo della questione, che è questo: il petrolio è una risorsa di cui disponiamo in quantità enorme ma comunque non infinita. I catastrofisti dicono che finirà tra vent’anni (e lo dicono da cinquant’anni), gli analisti indipendenti dell’Odac (Oil Depletion Analyasis) hanno detto quaranta, uno studio della British Petroleum parla di almeno un secolo, il ministro dell’energia dell’Arabia Saudita ha pronosticato due secoli: in realtà nessuno sa quando, ma prima o poi il petrolio finirà. I grandi giacimenti, tra l’altro, sono già stati ampiamente sfruttati e gli impianti possono ammodernarsi ma non ingrandirsi più di tanto: per questo l’Arabia Saudita, quando ha deciso di aumentare l’estrazione, ha potuto farlo per soli 200 mila barili al giorno. E dico “solo” perché gli Usa consumano 15 milioni di barili al giorno, poi c’è la Cina, l’India, l’Europa ecc. ecc.
      Senza il petrolio si ferma tutto (l’industria cinese va a petrolio per il 90%, e infatti Pechino sta varando nuove centrali nucleari a decine). La situazione quindi è questa: abbiamo una risorsa essenziale (il petrolio, appunto), in quantità abbondante ma limitata, su un pianeta in cui la popolazione cresce e con lei crescono l’industria e la motorizzazione. Ciliegina sulla torta: lo usiamo come se fosse una bibita. In molti casi non è un modo di dire: negli Usa la benzina costa 70 centesimi di euro al litro, molto meno della Coca Cola. E’ probabile che nel futuro l’energia prevalente sarà quella nucleare ma per rendere il petrolio non più indispensabile a livello mondiale ci vorranno secoli. Basta pensare a questo: oggi, nel mondo (o, meglio, in 30 Paesi) ci sono 435 centrali nucleari funzionanti e produttive. Tutte insieme forniscono appena il 16% di tutta l’energia consumata sul pianeta.
       Parlare di speculatori e speculazione, in questo quadro, è patetico. Questa non è una crisi passeggera ma di lungo periodo, ed è una crisi sistemica: in poche parole, dobbiamo trovare alla svelta un modo per consumare meno petrolio e per sfruttarlo meglio. Lo sanno bene gli industriali dell’automobile. Mentre politici e politicanti buttano fumo negli occhi, il colosso dell’automobile Ford ha deciso di cambiare rotta. Dopo aver prodotto per decenni i classici pick up, i camion (truck) più usati dagli americani e una serie infinita di Suv (Sport Utility Vehicle), la dirigenza Ford ha deciso di rovesciare la proporzioni dell’attuale produzione, oggi costituita al 60% da Suv e grossi veicoli.
       Ford non si muove per beneficenza ma per necessità. Negli ultimi tre anni ha dovuto tagliare 40 mila posti di lavoro e tra 2006 e 2007 ha perso oltre 15 miliardi di dollari. Perché? Perché la gente non comprava più quei bestioni che fanno 6-7 chilometri con un litro. Il che significa che né gli industriali né i consumatori credono alla favoletta secondo cui, mettendo in galera due o tre speculatori di Wall Street, il prezzo del petrolio sia destinato a scendere. Certo, non un bel vedere per chi, or non è molto, in Italia lanciava fulmini e saette solo a sentir parlare di una supertassa sui Suv.

Per la situazione del nucleare nel mondo: http://world-nuclear.org/info/inf01.html
Per il Rapporto Ford sulla sostenibilità: http://www.ford.com/microsites/sustainability-report-2007-08/default 

Per le analisi dell’Odac: http://www.odac-info.org

    

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