La strage dei giorni scorsi a Kabul, dove un’autobomba ha ucciso 41 persone presso la rappresentanza dell’India (principale obiettivo dell’attentato) e altre 5 presso la vicina ambasciata dell’Indonesia, ci ricorda nel modo più efferato il paradosso per cui, oggi, il “pacificato” Afghanistan è più a rischio del “tormentato” Iraq. Non è solo la strage di ieri, peraltro la più sanguinosa dalla cacciata dei talebani, a imporre una riflessione. Nel mese di giugno, per la prima volta, sono morti più soldati delle forze internazionali in Afghanistan (36) che in Iraq (23). L’Iraq gode di una relativa quiete ai confini mentre le forze afghane e quelle americane nelle ultime settimane hanno più volte colpito i monti alla frontiera con il Pakistan, provocando la risentita protesta di Islamabad.
Gli Stati Uniti da tempo insistono sulla necessità di avere più truppe sul terreno, e qualcosa stanno infine ottenendo anche da Paesi prima riottosi come Germania e Italia. Certo, l’esempio del surge iracheno (oltre 20 mila uomini in più, quasi tutti impiegati nella regione di Baghdad), e l’innegabile contenimento della violenza che a esso è seguito, fanno pensare che un maggior numero di soldati sia necessario. Ma ragionare solo in termini di battaglioni potrebbe rivelarsi illusorio.
Il surge americano non fu solo un incremento di forze ma un mutamento di strategia, preparato e accompagnato da altre due azioni. Primo: alla vigilia del surge il governo Usa cambiò molti dei protagonisti, dal capo dell’intelligence John Negroponte (sostituito dall’ammiraglio McConnell) al capo di Stato maggiore John Abizaid (ammiraglio Fallon), dal comandante delle forze in Iraq George Casey (generale Petraeus) all’ambasciatore in Iraq Zalmay Khalilzad (Ryan Crocker). Secondo: al dispiegamento dei 20 mila uomini in più è seguita una forte azione diplomatica, tanto più efficace perché svolta con discrezione dietro il paravento di minacce comunque difficili da realizzare. Non è certo a dispetto della Casa Bianca che Ahmadinejad ha visitato l’Iraq, Al Maliki l’Iran, una serie di trattative con (ex) Stati canaglia e gruppi terroristici (Siria, Hamas, Hezbollah) punteggia l’azione di Israele e l’opzione trattative-sanzioni economiche resta al centro della pressione sul nucleare iraniano.
Anche grazie a tutto questo il livello della violenza è stato ridotto in Iraq. Un’azione decisiva che finora è invece mancata in Afghanistan. Non è affatto chiaro, per esempio, quale sia la parte del Pakistan nella lotta ai talebani. I generali Usa sono scontenti (e i bombardamenti al confine, con molte vittime tra i soldati pakistani, ne sono il chiaro segnale) ma il Governo afghano è addirittura furioso: pochi giorni fa, in una conferenza stampa a Kabul, ha accusato i servizi segreti pakistani (il temuto Isi) di aver organizzato l’attentato di fine aprile in cui il presidente Karzaj scampò per miracolo alla morte. E questi sarebbero alleati?
La situazione è resa ancor più complessa da due altri fattori. Intanto, non si capisce bene chi comandi in Pakistan. Il generale Musharraf è sempre Presidente ma il Governo uscito dallo stato di emergenza e dalle elezioni in cui perse la vita Benazir Bhutto non è certo formato da suoi fedelissimi. Due debolezze che non fanno una forza nè una linea coerente ed efficace. Poi è palese che Karzaj non gode più della stessa popolarità (presso gli afghani) e della stessa fiducia (presso la coalizione Nato) di cui godeva una volta. E l’anno prossimo ci sono le elezioni. La conclusione quindi è: servono altre truppe ma servirebbe anche chiarirsi le idee e mettere un po’ d’ordine.
Pubblicato su Avvenire dell’8 luglio 2008 http://www.avvenire.it
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