L’intervista che Dmitrij Medvedev, presidente della Federazione russa, ha concesso a una serie di quotidiani dei Paesi del G8 (per l’Italia al sole 24 Ore), ha certo l’impostazione e il passo di un “manifesto”. Ma il manifesto di che cosa? E soprattutto: di chi? Partiamo da una considerazione. Il piglio di Medvedev nell’affrontare la vigilia di un G8 che sarà dominato dalla crisi petrolifera e da quella alimentare fa giustizia, se ce ne fosse stato bisogno, della leggenda secondo cui l’ex presidente di Gazprom non sarebbe altro che una marionetta con i fili tirati da Vladimir Putin.
Non solo: alcune sue analisi segnano persino un sottile ma oggettivo affinamento strategico rispetto a qualche tempo fa. Putin reclamava il diritto della Russia a entrare nel Wto, Medvedev chiede la riforma delle istituzioni finanziarie internazionali. L’uno si proponeva come interlocutore a pieno titolo degli Usa, l’altro ridimensiona il ruolo internazionale di Washington dicendo che “un intero sistema non può essere ancorato agli interessi di un solo Paese e della sua valuta”. L’ex agente del Kgb teorizzava lo sfruttamento delle risorse naturali della Russia come via alla ricostruzione dello Stato e del suo potere, l’ex petroliere propone una “politica energetica della Russia” a livello internazionale, dando per acquisita la fase precedente e quasi snobbando il peso dell’Opec. Medvedev dice qui, e quasi senza parere, una cosa importante: per petrolio e gas serve un patto tra produttori, consumatori e Paesi di transito. Significa ridistribuire le zone d’influenza politica nel mondo, oggi a favore del primo consumatore del pianeta, gli Usa. A Washington sarà di sicuro suonato qualche campanello.
La presidenza di Medvedev, dunque, si propone in rigorosa continuità con quella di Putin ma come se avesse obiettivi più vasti e impegnativi. Putin ha restaurato i muri e rimesso in ordine la casa, Medvedev vuole rifare il tetto, allargare il giardino e stabilire nuovi rapporti con i vicini di casa. In questo senso davvero la sua intervista è un manifesto della Russia a venire. Resta la seconda domanda: per conto di chi parla Medvedev? Il sistema di potere che da un decennio regge la Russia è ormai ben collaudato. Lo dimostra il giro di walzer di queste settimane, con l’ex premier (ed ex capo della polizia tributaria) Zubkov che diventa presidente di Gazprom, l’ex presidente di Gazprom Medvedev che arriva al Cremlino, l’ex presidente Putin che torna a fare il primo ministro.
L’ha inventato Putin? No. Fu forgiato alla fine degli anni Novanta nella San Pietroburgo del sindaco Sobciak, dall’alleanza tra i liberali più disincantati e i tecnocrati dei servizi di sicurezza che presentivano la fine della perestrojka. Putin era il vice di Sobciak, Medvedev aveva lavorato alla campagna elettorale del sindaco, Zubkov era sempre rimasto nella regione di San Pietroburgo ed era poi finito nell’ufficio di Putin. Sono la generazione politica scelta e avviata al comando dal patto tra le due grandi forze della Russia di sempre: i controllori dei pilastri del potere (i servizi di sicurezza) e i gestori delle ricchezze naturali di un’economia che è statale per definizione e lo era anche prima dell’Urss.
Stupisce poco che Medvedev esalti lo Stato di diritto e insieme lo Stato forte, la Repubblica presidenziale a discapito di quella parlamentare, e non trovi in questo contraddizione. La generazione sua, di Putin, di Zubkov, si è forgiata in tre disgregazioni consecutive: dell’Urss, della perestrojka e dei primi governi liberali. E’ l’ossessione che li insegue e che fa dell’unità della Russia (la Cecenia insegna) il più rigido dei loro punti di riferimento.
Pubblicato su Avvenire del 4 luglio 2008 http://www.avvenire.it
Per l’intervista al presidente Medvedev: http://www.ilsole24ore.com/
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