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LA RUSSIA ESCE DAGLI EUROPEI DI CALCIO MA RIENTRA NELLO SPORT CHE CONTA

     La squadra di Andrei Arshavin e Roman Pavljucenko, e dell’allenatore giramondo Gus Hiddink, è stata eliminata dagli Europei, ma non dobbiamo farci illusioni: con il calcio russo ci toccherà ancora fare i conti. La ragione è semplice: il gioco più popolare del mondo è un ottimo strumento per fare “pubblicità” al Paese e le autorità russe lo hanno capito benissimo.
      Quest’anno lo Zenit di San Pietroburgo ha vinto la Coppa Uefa, eliminando tra l’altro in semifinale il Bayern Monaco di Luca Toni e Franck Ribery. Vai a vedere chi è il proprietario della squadra e scopri che si tratta di GazpromBank, la banca dell’enorme conglomerato statale del gas e del petrolio. Vai a vedere chi è lo sponsor principale e scopri che si tratta di Gazprom stessa. Come dire che il Cremlino possiede e sponsorizza la squadra russa che si è fatta più onore in Europa.
      Nel 2005 la Coppa Uefa l’aveva vinta il Cska di Mosca, a quell’epoca munificamente sostenuto da Roman Abramovic, il proprietario del Chelsea, l’ex pigmalione di José Mourinho. Nello stesso periodo Abramovic era diventato governatore della Ciukotka, l’enorme regione siberiana separata dall’Alaska da uno stretto del Mare di Bering. Una carica a cui non si accede se si è nemici, come qualcuno ancora dice, dell’inquilino del Cremlino, in quel caso Vladimir Putin. E infatti gli attuali sponsor del Cska sono la VneshekonomBank (la Banca per il Commercio Estero) e il ministero della Difesa (il Cska era in epoca sovietica la squadra delle forze armate). E via così: il patron dello Spartak di Mosca (ai tempi dell’Urss la squadra dei sindacati) è Leonid Fedun, vicepresidente della Lukoil che nei giorni scorsi, per 1,3 miliardi di euro, ha rilevato il 49% della Erg dei petrolieri italiani Garrone; il gruppo siderurgico-finanziario MetalloInvest sponsorizza la Dinamo, le ferrovie russe (ovvio!) il Lokomotiv.
       Questo non è il frutto del caso o di un’improvvisata munificenza dei cosiddetti “oligarchi”. E’ piuttosto il frutto di una politica concordata, come sempre, tra gli oligarchi e il Cremlino. Risollevare le sorti dello sport russo, e riproporlo all’estero come uno dei tanti simboli della rinascita russa, è uno dei doveri, e nemmeno il più spiacevole, che i “nuovi ricchi” hanno accettato di assumersi in pegno del loro patriottismo e soprattutto in cambio della non ostilità del Cremlino. L’apoteosi di questo gioco di squadra si avrà nel 2014, quando a Soci (sul Mar Nero) si svolgeranno le Olimpiadi invernali, il più importante evento sportivo celebrato in Russia dalle Olimpiadi del 1980, peraltro boicottate dagli Usa per la fresca (1979) invasione sovietica dell’Afghanistan. L’investimento previsto per impianti sportivi ma anche infrastrutture di uso civile sfiora i 10 miliardi di euro, ben più del doppio di quanto speso per le Olimpiadi invernali di Torino 2006. Vladimir Putin, Presidente quando alla Russia furono assegnati i Giochi, pretese che un terzo degli investimenti venisse da tasche private, vale a dire dai soliti megaindustriali e superfinanzieri. E i tanto temuti oligarchi, presentando anche ottime possibilità di business, si affrettarono a dire sì.

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