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COPERTA CORTA A KABUL

    Ci sono guerre che non avremmo mai dovuto iniziare, come quella in Irak. Ma ci sono guerre che non avremmo potuto non iniziare, come quella in Afghanistan. Il problema è che rischiamo di non vincere questa proprio come rischiamo di non vincere quella, e davvero non possiamo permettercelo.

    Purtroppo le cose non vanno come dovrebbero. La coalizione Nato (47 mila uomini, forze armate di 36 Paesi) ha più o meno il controllo del Nord e dell’Ovest del Paese. Ma il Sud e l’Est sono sotto l’assedio di quel coacervo di ribelli, predoni, signori della guerra, contrabbandieri e trafficanti di armi che per brevità ancora chiamiamo “talebani”. Nel 2007 sono stati uccisi 232 soldati Nato e il bilancio del 2008 non sarà migliore. Sempre l’anno scorso sono morti per atti violenti più di 8 mila afgani, almeno 1.500 dei quali erano civili. Entro il 2010 l’esercito afgano dovrebbe raggiungere gli 80 mila uomini (oggi sono circa 50 mila). Ma poiché i Paesi europei hanno detto chiaramente di non voler mandare altri soldati e gli Usa hanno già i loro problemi altrove (in Irak per il mancato ritiro, in patria per la contrazione del reclutamento), la realtà del prossimo futuro resterà quella denunciata dal generale Dan McNeill, comandante della missione Isaf: “Questa missione”, ha dichiarato, “soffre di una cronica mancanza di risorse”.  

    Tutti sanno che l’Afghanistan è un grande produttore di papavero da oppio: il 90% del raccolto mondiale viene da qui, ed è accompagnato da una costante crescita nella produzione di cannabis. Il traffico alimenta la ribellione con armi e denaro, e soprattutto alimenta la sfiducia degli afgani.

    Oggi, però, il problema più serio non è la carenza di uomini e mezzi, e nemmeno lo strapotere dei coltivatori di oppio. La vera questione è: che fare con il governo di Hamid Karzaj? Tra gli occidentali, infatti, molti lo considerano ormai una palla al piede. Karzaj e i suoi non sono popolari in patria e non sono efficienti. Ma non solo: cresce il sospetto che non ci provino nemmeno, a darsi da fare, mentre la corruzione dilaga in tutti gli uffici governativi e con essa il sospetto di accordi con coloro che il governo dovrebbe invece combattere. Il presidente Karzaj, che in passato veniva descritto come un debole riformatore, è ora piuttosto considerato come un abile manovratore di bustarelle. E la coalizione di tribù tagike, uzbeke e hazara che lo portò alla vittoria nelle elezioni del 2004, sembra oggi più che mai ansiosa di liquidarlo nelle elezioni che dovrebbero svolgersi il prossimo anno.

    Liberarsi di Karzaj è difficile, anzi impossibile. Una sua rimozione potrebbe scatenare una reazione di stampo nazionalistico anche da parte di quegli afgani che pure lo detestano. Ecco perché i contingenti della Nato, primo fra tutti quello americano, preferiscono gestire in prima persona anche la maggior parte degli interventi civili, dalla costruzione di strade e scuole alla distribuzione di materiale scolastico e persino di copie del Corano. In quel modo, però, si sottraggono forze alla lotta contro i “talebani”, la sicurezza resta precaria,  corruzione e malaffare hanno la strada libera. La coperta, insomma, resta corta.      

http://www.nato.int/isaf/  

Il sito del presidente Hamid Karzaj  http://www.president.gov.af/ 

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