Dmitrij Medvedev, presidente della Russia, e Hu Jintao, presidente della Cina, si incontrano a Pechino e mettono giù una dichiarazione contro lo scudo anti-missile che gli Stati Uniti propongono come arma difensiva nei confronti dell’Iran e delle sue pretese atomiche ma che in realtà, come in Europa si è visto benissimo nel caso della Polonia e della Repubblica Ceca, serve a conquistare il favore dei Paesi (e non sono pochi) che proprio con Russia e Cina hanno un contenzioso storico o problemi più recenti.
I due si muovono sulla strada aperta da Vladimir Putin e dai precedenti dirigenti cinesi. Gli Usa promuovono lo scudo spaziale e Cina e Russia lo avversano: fin qui tutto normale. Molti sostengono anche che la rinnovata alleanza tra Russia e Cina prefiguri un asse dei Paesi del capitalismo autoritario contro il capitalismo democratico e liberale rappresentato dagli Usa e incarnato anche dall’Europa.
A me pare che questa sia una mezza bufala retorica. La questione della democrazia è ampiamente sopravvalutata, soprattutto se pensiamo che Russia e Cina hanno problemi che l’Occidente non riesce nemmeno a immaginare: territori immensi, popolazioni enormi (soprattutto la Cina), sacche di sottosviluppo altrettanto gigantesche, uno sviluppo economico da governare nella giusta direzione. La strage portata dal terremoto nella regione cinese del Sichuan dipende anche dal fatto che le case erano state costruite in fretta e furia per ospitare centinaia di migliaia di persone accorse dalle campagne verso le città della nuovissima industrializzazione. La Russia è tuttora alle prese con un rivolgimento economico che non ha più l’andamento da sincope degli anni Novanta, ma è lontano dall’essere concluso. Ma se Putin ha avuto un alleato, è proprio stato il ricordo degli Anni Novanta, ricchi di speranza democratica ma anche di povertà e di sofferenza.
La chiave di volta della cordiale intesa tra Russia e Cina non è culturale o politica (tipo: difendiamoci insieme dall’Occidente che vuole esportare la democrazia) ma economica. In primo luogo, la Russia è ricca di risorse energetiche e la Cina ha sete di gas e petrolio. La Cina, poi, vive un vero boom industriale e la Russia è costretta a importare gran parte dei beni di consumo a caro prezzo dall’Occidente. Terzo: i due Paesi hanno negli ultimi anni varato un vero piano di riarmo, che a entrambi costerebbe assai meno se i due sistemi militari trovassero una qualche forma di sinergia. E da questo punto di vista, le premesse sono ottime: Putin ha regolato la questione dei confini e gli eserciti di Mosca e Pechino hanno già svolto diverse esercitazioni congiunte.
Quarto e non ultimo: l’agenda dell’economia mondiale è ancora dettata dagli Usa. Il dollaro è ancora la valuta di scambio delle materie prime (dal petrolio all’oro, dal riso al grano), sono gli Usa a fare il bello e cattivo tempo nell’Organizzazione mondiale del Commercio e nelle altre istituzioni economiche internazionali, è sempre Washington a decidere, per dirne una, che i wahabiti dell’Arabia Saudita vanno protetti e gli sciiti dell’Iran invece attaccati. Il sistema militar-finanziario degli Stati Uniti sa agire come un’unica macchina, micidiale ed efficiente. Il che garantisce gli interessi dell’America, degli americani e spesso anche dei loro alleati, ma ovviamente penalizza gli altri. Russia e Cina sono in quest’ultimo gruppo e cercano come possono di uscirne.
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