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2 DOLLARI DI PAURA

     Nei giorni scorsi il prezzo del petrolio ha sfiorato quota 120 dollari a barile, record storico. Mentre gli esperti già si sbilanciano a predire quota 150 dollari, non si può fare altro che prender atto della folle corsa del prezzo del greggio: a fine ottobre 2007 valeva 88 dollari a barile, a fine aprile quasi 120, siamo al 45% di aumento in cinque mesi. E’ ovvio che stiamo attraversando una crisi mondiale del mercato delle materie prime (in un anno il prezzo del grano è cresciuto del 130%). Altrettanto ovvio è un altro fatto: se 2 miliardi di persone (i cinesi più gli indiani) si mettono ad andare in automobile o in motocicletta e la produzione di petrolio resta più o meno invariata, il prezzo del greggio non può che salire.

      Detto questo, sarebbe da sciocchi sottovalutare l’influenza che sulla corsa dei prezzi può aver avuto la guerra anglo-americana contro l’Irak. La produzione di petrolio dell’Irak è arrivata solo quest’anno a sfiorare il livello della produzione (2,5 milioni di barili al giorno) degli ultimi mesi di Saddam Hussein, quando cioè l’Irak era alle soglie del crollo dopo quindici anni di embargo. Per cinque anni, quindi, al mercato del petrolio è mancata una certa quantità di petrolio: piccola, minoritaria ma pur sempre mancante. Ma soprattutto occorre valutare il costo dell’incertezza, dell’insicurezza, che esiste ed è tutt’altro che irrilevante.

     Basta usare il buon senso: tutti, anche le singole persone, pagano un prezzo per ammortizzare la possibilità di inconvenienti e imprevisti. Se non fosse così, le società di assicurazione non farebbero i soldi che fanno. Volete la dimostrazione scientifica? Eccola. Venerdì 25 aprile un paio di vascelli della Guardia Rivoluzionaria dell’Iran, che incrociavano nello Stretto di Hormuz, si sono avvicinati a un cargo della marina militare Usa, il Western Venture, che ha sparato un paio di cannonate per intimar loro di tenersi lontani. Lo scontro non ha lasciato morti né feriti. Non nello Stretto, almeno. Ma in Borsa sì: appena si è sparsa la notizia, il prezzo del greggio (già “nervoso” a causa di una serie di scioperi e di incursioni della guerriglia in Nigeria, altro Paese produttore) è salito di 2 dollari a barile, arrivando appunto vicino ai 120 dollari.

La ragione è chiara: per lo Stretto di Hormuz (che collega il Golfo Persico all’Oceano Indiano) transita crca il 40% del petrolio che ogni giorno consumiamo. In particolare, passa su quele acque l’88% del petrolio dell’Arabia Saudita, il 90% di quello dell’Iran, il 98% di quello dell’Irak, il 99% di quello degli Emirati Arabi Uniti, il 100% di quello del Kuwait e del Qatar. Logico preoccuparsi, soprattutto se lo spauracchio è quello di una guerra tra Iran e Usa. Ma se due cannonate a vuoto sono valse 2 dollari di incremento di prezzo in tutto il mondo, quanto possono aver pesato cinque anni di guerra in Irak con decine di migliaia di morti?

 

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