Alla fine, la cosa più onesta l’ha detta uno che con la politica non c’entra, il nuotatore Massimiliano Rosolino: “Non boicotto la Cina se l’Italia ci fa affari”. Affermazione forse dettata dalla delusione dell’atleta che rischia di mancare la gara più prestigiosa, e che nondimeno contiene una grande verità: la difesa dei diritti umani, soprattutto in casa d’altri, costa. E costa in termini non teorici o ideali ma pratici e concreti. Soldi, interessi, posizioni, occasioni, rendite. Se non siamo disposti a mettere in gioco almeno parte di ciò, meglio allora non fare retorica, in questo caso sul dramma del Tibet.
Ci spieghiamo meglio. Nell’inverno scorso il Dalai Lama, sul quale ora piovono complimenti e consensi, si trovò a peregrinare per l’Europa scansato da quasi tutti, nonostante che già allora si pronunciasse, come ha poi fatto anche nelle ore della repressione cinese, “… contro il boicottaggio, la Cina è un grande Paese, si merita le Olimpiadi. Penso però che per essere un buon ospite, Pechino dovrebbe prestare più attenzione alle preoccupazioni di governi e Ong sulle violazioni dei diritti umani e della libertà religiosa”. Il Dalai Lama non fu ricevuto dal Governo italiano (in questo coerente, visto che Massimo D’Alema, ministro degli Esteri, continua a dirsi contrario al boicottaggio delle Olimpiadi) per un’unica ed esclusiva ragione: non irritare la Cina. E non bisogna irritarla perché, se è vero che la bilancia dei pagamenti pende a nostro sfavore, è anche vero che il mercato cinese resta una grande opportunità per il futuro. Tra il 2000 e il 2006 il nostro export verso Pechino è cresciuto del 93% e nei primi sette mesi del 2006 addirittura del 24,1% rispetto al 9,5% medio di incremento delle esportazioni italiane verso gli altri Paesi.
Lo stesso Nicolas Sarkozy, che ora fa balenare l’ipotesi del boicottaggio, non è un modello di coraggio. Martedì scorso il suo ministro degli Esteri, Bernard Kouchner, ha detto in tono esortativo che “il Presidente dovrebbe incontrare il Dalai Lama” quando questi sarà in Francia la prossima estate. Il che vuol dire che l’incontro è tutt’altro che scontato. E poi: Sarkozy è lo stesso che ha cercato di vendere tecnologia nucleare a tutti i Paesi del Medio Oriente, compresa la Libia del dittatore Gheddafi al quale ha fornito anche armi. Quanto è credibile, oggi, l’impegno per i diritti civili dei tibetani, preziosi in assoluto ma non più preziosi di quelli dei libici? Per non parlare degli Usa: il loro debito pubblico è finanziato quasi per metà dagli investimenti cinesi in buoni del Tesoro. E infatti George Bush ha escluso ogni ipotesi di boicottaggio.
I boicottaggi che davvero si realizzano (altro paradosso da sottolineare) sono sempre del più forte ai danni del più debole. Degli Usa contro Cuba, del mondo contro l’Iraq di Saddam o la Palestina di Hamas, della Russia contro la Georgia. Magari gli interessati se lo meritavano ma questi boicottaggi non hanno eliminato i regimi “colpevoli” (mentre hanno inflitto grandi sofferenze alle popolazioni) e sono costati assai poco ai Paesi promotori. Con quelli davvero grossi e cattivi usiamo i guanti bianchi. Ci andiamo piano con l’Iran della corsa al nucleare, che boicottiamo con moderazione, continuando a farci affari. E ci andiamo pianissimo con la Cina, che per le esportazioni europee vale ormai quasi quanto gli Usa (771 miliardi di euro contro 825), dà ossigeno al deficit degli Usa, si espande ogni giorno di più in Africa e Asia, è un ottimo cliente del petrolio russo e della tecnologia occidentale. Boicottare sul serio costa. E sui diritti umani pochi sono disposti a investire.
Pubblicato sull’Eco di Bergamo del 25 marzo 2008 http://www.eco.bg.it
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