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IRAQ, CINQUE ANNI TERRIBILI

    Volete la dimostrazione scientifica per cui l’invasione anglo-americana dell’Iraq, di cui ricorrono in queste ore i cinque anni tondi, è stata un’impresa folle e disperata? Eccola: nessuno sa quanto verrà a costare. Secondo il Pentagono, centro direzionale delle forze armate Usa, siamo finora sui 600 miliardi, con il tassametro che corre. All’estremo opposto Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’Economia nel 2001, valuta il costo complessivo dell’impresa in una cifra compresa tra 1 e 5 trilioni di dollari. L’Ufficio del Bilancio del Congresso Usa mette l’asticella tra 1 e 2 trilioni, con una  valutazione accettata e usata per la propaganda elettorale anche da Hillary Rodham Clinton. Insomma, nessuno lo sa. Una sola cosa è chiara a tutti: il preventivo di spesa avanzato dalla Casa Bianca alla vigilia dell’invasione, tra 50 e 60 miliardi di dollari per abbattere Saddam Hussein e costruire un nuovo Stato, era una scemenza. E se uno solo ricorda che George W. Bush licenziò il suo primo consigliere economico, Lawrence Lindasay, perché aveva osato parlare di una possibile spesa tra i 100 e i 200 miliardi di dollari…
    Il capitolo delle spese è solo uno dei tanti che rivelano il fallimento di un’ideologia, di una politica, di una leva di dirigenti. Furono raccontate al mondo un sacco di frottole sulle armi di distruzione di massa, finché nel 2006 la stessa Cia ha ufficialmente affermato che non esistevano. E passi. Un sacco ancor più capiente di frottole fu costruito con le voci sulla presunta alleanza tra Saddam Hussein e Al Qaeda, e qualche giorno fa il Pentagono, che ha studiato per anni oltre 600 mila documenti, ha ufficialmente affermato che non c’erano né alleanze né patti né puroi e semplici contatti. E passi pure questa. Ma che cosa si deve pensare di una classe di governo che mette a rischio persino la stabilità e il benessere del proprio Paese per lanciarsi in un’avventura come quella dell’Iraq? Stiamo parlando degli Stati Uniti, di una superpotenza democratica e non di una qualunque repubblichetta delle banane. Se tanta imprevidenza era dettata da furore ideologico, è un dramma. Se invece era dettata da dilettantismo e incapacità, è un dramma all’ennesima potenza.
    Oggi, dopo 5 anni dopo, 4 mila soldati Usa uccisi, migliaia di soldati iracheni massacrati, centinaia di migliaia di civili morti, c’è chi si accontenta. E non pensiamo ai poveracci nostrani, agli pseudo-esperti, pseudo-intellettuali e pseudo-giornalisti che un tempo andavano ripetendo a pappagallo gli argomenti della propaganda di Stato americana. Pensiamo piuttosto ai think tank di quelli intelligenti, ai centri studi americani dove davvero si elaborano ricerche e pensieri. La consolazione, per loro, è che l’aumento delle truppe (ora sono circa 160 mila i soldati Usa, più i cosiddetti contractors) ha fatto inclinare verso il basso le statistiche della violenza politica o settaria. Ecco qualche dato. I civili iracheni morti di morte violenta, secondo uno studio di Jason H. Campbell pubblicato dal New York Times e dalla Brookings Institution, sono passati di anno in anno, dal febbraio 2004 al febbraio 2008, da 900 (2004) a 1.600 a 2.200 a 2.700 per arrivare, nel febbraio 2008 appunto, a 700. Ma dopo cinque anni di occupazione e di controllo, 700 morti al mese sono un dato positivo? Altro esempio: gli attentati alle strutture petrolifere, che prima dell’aumento delle truppe erano tra 5 e 10 al mese, sono ora solo 1 al mese. Ma il conseguente aumento degli introiti procurati dal petrolio dove va a finire? In questo sito abbiamo pubblicato i dati, peraltro forniti dalla Commissione Forze Armate del Senato americano: nel 2006, solo il 22% di tali incassi era stato speso per la ricostruzione, nel 2007 ad agosto (ultimo dato disponibile) la quota era solo del 4%.
    Il che significa che dal punto di vista “politico”, l’invasione dell’Iraq non è una missione benefica ma una missione impossibile. Anche il calo degli episodi di violenza, e l’indubbia e abile attività delle truppe e di chi le comanda, non riesce a nascondere la realtà: per ottenerlo, gli Usa hanno dovuto in pratica accettare la spartizione del Paese in tre parti (il Sud agli sciiti, il centro ai sunniti, il Nord ai curdi), la consegna di Baghdad agli sciiti (per la prima volta nella storia dalla fondazione della città nel 762), il massacro delle minoranze (per prima quella cristiana) e la costante ruberia delle risorse del Paese da parte di una classe di governo che, all’ombra dell’appoggio più o meno ignaro della Casa Bianca, garantisce gli interessi degli sciiti e si riempie le tasche.  

http://www.brookings.edu

    

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