Il lancio dei razzi Qassam contro le città israeliane è puro terrorismo. Le centinaia di missili che cadono di giorno in giorno negano ai civili israeliani una vita normale e li trasformano in ostaggi dei terroristi: non si può concordare sul diritto di Israele a esistere e restare indifferenti a tutto questo. L’impiego sempre più frequente dei razzi Grad, che hanno un raggio d’azione di 20 chilometri, doppio rispetto ai Qassam, denuncia la volontà di Hamas di inasprire una guerra che non ha sbocchi, è catastrofica per tutti e conviene solo ai finanziatori nemmeno tanto occulti del movimento e del suo braccio armato. Sono considerazioni banali, che però torna utile ripetere anche per non farsi travolgere dal disgusto e dall’indignazione per quanto succede in questi giorni a Gaza.
Il ministro degli Esteri di Israele, Tsipi Livni, ha ribadito che la sicurezza dei suoi concittadini è «condizione preliminare al dialogo con l’Autorità palestinese». Ragionamento in teoria inoppugnabile, anche perché i Grad tengono sotto tiro 200 mila persone e strutture industriali importanti. Ma la realtà sul terreno è più sfumata. L’Autorità è oggi rappresentata, per la grande maggioranza dei 4 milioni circa di palestinesi, assai più da Abu Mazen e da Al Fatah, che governano la Cisgiordania, che da Hamas che controlla Gaza. Non a caso Hamas rifiuta le elezioni anticipate che Al Fatah propone. Una repressione così violenta si capisce solo se la trattativa con Abu Mazen è considerata poco importante, trascurabile, spendibile. E così? E se è così, perché i palestinesi moderati dovrebbero restare tali e continuare nella trattativa? Fidarsi di un interlocutore come il premier Olmert, che ad Annapolis giura di bloccare gli insediamenti e appena tornato a Gerusalemme ne autorizza di nuovi? I palestinesi moderati investono nel dialogo non perché credono alla buona fede di Israele ma perché vedono lo sfinimento della propria gente, la miseria che cresce, la disgregazione di una società altrimenti vivace e produttiva. Siamo sicuri che attaccare Hamas valga tutto questo?
Questa è una scelta politica e Israele ha tutto il diritto di regolarsi come crede. Ma poi c’è il modo. L’attacco su Gaza, con più di 100 morti in pochi giorni, può ancora essere definito «legittima difesa»? I giornali italiani, che ospitano gli «editoriali» degli ambasciatori di Israele senza nemmeno commentarli, si affannano a calcolare quanti bambini muoiono a Gaza. Dovrebbero invece sottolineare che migliaia di razzi Qassam e Grad hanno provocato quest’anno 2 morti israeliani. Abbiamo già scritto che cosa pensiamo dei lanciatori di missili. Ma un rapporto di 100 morti a 2 non ci dice nulla? Non era Israele lo Stato dei formidabili servizi segreti, degli «omicidi mirati», dei commando infallibili e precisi? Forse è cambiato qualcosa, se i 6 soldati assassinati da Hezbollah hanno dovuto essere pagati dal Libano (e dai libanesi «altri» assai più che da Hezbollah) con 1.100 morti. Che cosa intende il vice premier israeliano Haim Ramon, quando incita a «colpire chiunque sia direttamente o indirettamente coinvolto nel lancio di razzi»? Il figlio di un miliziano di Hamas è «indirettamente coinvolto»? La moglie? La madre? Il vicino di casa? L’infermiere che lo soccorre? Il parente emigrato che gli manda soldi a fine mese? Forse un poco anche noi, che in queste righe critichiamo Israele?
Israele ha fatto grandi passi negli ultimi anni. Con il ritiro unilaterale da Gaza ha offerto ai palestinesi l’occasione per mostrare dignità e orgoglio. Hamas, nella sua idiozia politica, l’ha presa come un’ammissione di debolezza e l’occasione per costruirsi un feudo e una postazione da cui colpire civili israeliani innocenti. Israele ha ragione. Ma avere ragione significa potersi permettere qualunque cosa?
Pubblicato su Eco di Bergamo del 3.3.20008 http://www.eco.bg.it
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