Hanno ragione i politici che alla notizia della morte in Afghanistan del maresciallo Giovanni Pezzulo, hanno detto: ci lascia un altro eroe italiano. Hanno ragione due volte. La prima perché il maresciallo, ucciso in un agguato nella valle di Uzeebin, era impegnato nei Cimic, cioè nei reparti dell’esercito che hanno come scopo preciso la cooperazione con i civili per la rinascita dell’economia e della società. Una figura militare moderna, da noi italiani sviluppata in un modo che tutti gli altri eserciti ci invidiano. Una “divisa” che molti popoli, dai Balcani al Medio oriente all’Asia, hanno imparato a riconoscere e ad apprezzare. Nella tragedia, la famiglia di Giovanni Pezzulo avrà almeno questo motivo d’orgoglio, con la consapevolezza che la parte più vasta e matura dell’Italia lo ricorderà come un caduto di tutti, un esempio prezioso, una memoria da conservare.
Ma c’è anche una seconda e più triste ragione dietro questi sentimenti. Pezzullo è caduto da eroe (dodicesimo italiano in quattro anni di missione afghana, rispetto a un contingente di 2.350 uomini) anche perché vittima di un’irresolutezza che, come nei peggiori esempi della storia, anche in questo caso divide i politici dai militari, gli obiettivi strategici scelti a tavolino dalle realtà cruda e nude del terreno. Guardiamoci intorno: nelle ultime ore, oltre all’attacco contro i nostri soldati, abbiamo registrato la scomparsa dell’ambasciatore del Pakistan, la morte di tre soldati nel Sud, l’attentato di un kamikaze contro un convoglio della missione Isaf, il rapimento di due tecnici nucleari pakistani in Pakistan ma a brevissima distanza dall’Afghanistan, un altro attentato suicida che ha fatto quasi 100 morti a Kandahar. Una serie di eventi che la dice lunga sulla situazione, a quasi sette anni dall’intervento Nato tutt’altro che pacificata.
Si è discusso molto sulle ragioni di questo stallo. Il nostro ministro della Difesa, Arturo Parisi, ha dato voce alle perplessità di molti dei 36 Paesi coinvolti nella missione, che lamentano lo scarso coordinamento tra il contingente Usa e gli altri e criticano l’atteggiamento “muscolare” dei reparti americani, che avrebbero così ottenuto di alienarsi la simpatia e la collaborazione della popolazione locale. C’è molto di vero in questo, e altro si potrebbe dire: per esempio, che non è mai stata elaborata una vera politica nei confronti delle coltivazioni di papavero da oppio. Spesso gli americani le distruggono, spesso gli altri fanno finta di non vederle, ben sapendo che sono l’unica fonte di sussistenza per migliaia di contadini. Resta il fatto che con i talebani la produzione di oppio era quasi azzerata, mentre dopo la cacciata dei talebani è tornata sui record storici e poi li ha superati. Altra questione: la ricostruzione. Due giorni fa, per citare l’ultimo caso, l’Unicef ha chiesto 13 milioni di dollari per i bisogni primari della popolazione: 2 milioni di bambini (il 60% di quelli in età scolare) non riceve alcuna istruzione, solo il 23% dei 26 milioni di afghani può usufruire di acqua potabile, solo il 12% dispone di sistemi sanitari e ogni 27 minuti muore una puerpera. Ma come garantire la rinascita di un Paese dove si viene uccisi per distribuire aiuti, come il maresciallo Pezzulo ieri e tanti volontari e impiegati delle Ong prima di lui?
Sono argomenti seri e complessi. Ma la ragione per cui stiamo a discuterne adesso, sette anni dopo l’intervento, è nota a tutti e si chiama Iraq. Dando per scontata la vittoria a Kabul, gli Usa (e non solo loro) si rivolsero al Paese di Saddam Hussein, sottraendo enormi energie alla questione afghana. Il lavoro è rimasto a metà e forze perverse vecchie di secoli (clan, tribù, signorie della guerra, consorterie del contrabbando e del narcotraffico) hanno pian piano ripreso vigore. Per ottenere un qualche miglioramento in Iraq, la Casa Bianca ha dovuto incrementare il numero dei soldati. Cosa che non potrà fare in Afghanistan, proprio perché già impegnata altrove. Il rischio, ora, è di ritrovarsi con due mezze vittorie. Che portano inevitabilmente con sé due mezze sconfitte.
(pubblicato su Eco di Bergamo del 14.2.2008)
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